VersoSella 2.0

Il 5 luglio 2008 ho fatto il Sella Ronda in bicicletta. Non ne ho avuto abbastanza. Il 5 luglio 2009 farò la Maratona dles Dolomites. Questo il mio diario di avvicinamento.

SELLA-PROFILO

Utente: versosella
Nome: Giacomo P.
Una foto di mio nonno, una bici da corsa regalata per caso, la voglia di un'impresa. Si consiglia di passare di qui almeno 2 VOLTE A SETTIMANA. (Testi e le foto di versosella sono liberamente riproducibili - preferibilmente parzialmente e non integralmente -, purché previa segnalazione chiara della fonte). MAIL: versosella@splinder.com

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lunedì, 06 ottobre 2008

ANNUNCIO MOOOLTO IMPORTANTE.

ATTENZIONE ATTENZIONE: VersoSella cambia casa (e nome). Da oggi, se volete continuare a leggere le confessioni del vostro ciclista pericoloso preferito, cliccate qui
L'archivio completo dei post di versosella sarà sempre consultabile qui, oppure anche dal nuovo indirizzo (vedrete: è molto semplice).
Perché l'ho fatto? La risposta migliore è che non lo so, ma mi andava di farlo. La risposta peggiore è che forse  mi sono finalmente reso conto di essere ormai tragicamente dipendente dalla bdc. E come tutte le droghe, meglio fare il coming out il più presto possibile. E non nascondersi dietro un dito.
State in gruppo. Alla fine, la nuova casa piacerà anche a voi.
postato da: versosella alle ore 12:00 | link |
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martedì, 30 settembre 2008

Dove osano i ripetitori (PARTE SECONDA).

vettaAl km 7,5 lungo la strada che da Torre de’ Busi si inerpica verso il Valico di Valcava c’è una strega. Si chiama pendenza al 18%. Ma leggenda vuole che si tocchi addirittura il 20%, in alcuni tratti.
Io lo so. L’ho letto e sentito dappertutto. So cosa mi aspetta. Ma non lo so: nel senso che non ho mai fatto un tratto al 18% lungo centiaia di metri. Tale è il primo troncone del famigerato “muro” di 3 km che parte in prossimità di una vecchia casa isolata sulla destra. Ci arrivi e scorgi da lontano un cartello, quando ancora sei al tuo bel 9% e già faticihi: pendenza 18%. Cazzo.
Ti sembra impossibile: già perché il cartello arriva prima di una svolta a destra: tu la pendenza non la vedi ancora.
Poi volti.
E ti si para davanti in tutto il suo famigerato orrore, il Muro delle streghe. Una scalinata d’asfalto senza fine (questo il brutto: non vedi la fine) che sale. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Mi vien da ridere. Mario e Nicko 67 dietro. Li lascio, metto il 34X26, mi alzo sui pedali e chiudo tutti i contatti con il mondo esterno. Guardo solo l’asfalto sotto la ruota anteriore della mia bella. Macino al massimo. Non mi risparmio. E non so se sto facendo bene o no. Le forze risparmiate nei primi 7,5 km le tiro fuori tutte qui. Ho deciso così. Non ci sono stato su a pensare. Ho come l’impressione che se spingo di meno, cado a valle. Attacco il pezzo, lo voglio finire. Salgo bene: 200-300-500 metri. Poi si fiata. Grazie a Dio, i 3 km del muro delle streghe (così lo chiamerò) hanno diversi tratti in cui fiatare, non è tutta apnea. Dopo il primo muro secco, dove non vedi, la strada piega ancora a destra con un tornante e respiri. Recuperi e poi rivai in apnea. È come salvare qualcuno che sta annegando: ti pare che ti trsacini giù con sé, ma sul più bello allenta la presa e tu rifiati. Ed ecco un altro tornatne a sinistra. Prima di farlo mi volto e vedo Mario e Nicko che salgono dietro: impressionante il dislivello accumulato in nemmeno un km a queste pendenze. Giù vedo la valle dell’Adda, la Pianura Padana: riesco anche a guardare il panorama, vi rendete conto?
E lì mentre mi sento già fiero (e non ho fatto che 800 metri del muro di 3 km) arriva, bastarda, la seconda, folle rampa. Ancora dopo una curva, all’improvviso. Di nuovo sui pedali. Di nuovo sensazione di affogamento. Mi scappa un “porcaboia!” e dietro di me, Mario che ancora non sa osa chiedere. Non rispondo. Per pietà di lui. I dannati della Valcava salgono soli, causa del loro mal piangon’ se stessi. E non posson far altro. La seconda rampa la trovo ancora più dura della prima (è un’impressione: qui non si tocca che il 17%), poi di nuovo riaffioro. La bici ha zigzagato non poco in questo tratto, cosa che non mi era mai capitata. Ma la condizione è buona. Reggo bene. Sento che non ci sono momenti di crisi, ho gestito bene le energie. Mi risiedo. Pedalo tranquillo, la pendenza scende, scalo di un dente o due: forse ora ho il 23. Poi di nuovo, tornante, a sinistra, e di nuovo streghe. Ma via via che salgo, la durezza mi pare attenuarsi. Siamo costantemente e abbondantemente sopra il 10%, ma a me pare meno. Aumento la velocità: voglio finire. È una questione psicologica: so che ho macinato 2 km su 3 del muro delle streghe. Allungo, sono a 2,5. Poi vedo sulla destra la fontanella famosa, con su scritto “Non potabile” (per la cronaca: non solo è potabilissima, ma è anche squisita, quest’acqua di montagna, riempiteci la borraccia in discesa, stando attenti quando vi fermate per la pendenza impervia): è il segnale che il muro sta finendo. Tuttavia dopo la fontanella e una casa, si volta a destra e c’è ancora un’ultima impennata secca. Non è paragonabile alle prime due forse, ma fa male. Poi la strada spiana davvero: torniamo a valori umani, sotto il 10%. A destra la deviazione per il paesino, semidisabitato di Valcava, dritto la cattedrale neo-gotica, la selva dei ripetitori. I cosi: ci sono arrivato davanti, ai cosi, mamma. Finalmente so cosa sono quei cosi. So cosa è Valcava, so cosa è il muro delle streghe. Ed è la cosa più bella del mondo.
In cima, Salvatore e un camioncino che vende formaggi.
“Salva, da quanto sei qui?”
“9 minuti…”
No comment (anzi uno sì: aveva il 39X25).
Subito dopo di me (secondo classificato della Caffè Nero Bollente), arrivano appaiati Nicko 67 e Mario. Pacche sulle spalle, piccole esultanze di gioia. Discorso ai membri della squadra. Valcava è stato il battesimo.
I cavalieri che fecero l’impresa si dispongono per la foto di rito. Scatta Nicko, per cui nella foto non appare, ma la bocca andava anche per lui, vi posso assicurare, che di Valcave ne ha fatte 8, da un orecchio all’altro. Fa un freddo porco. Siamo a 1.340 metri slm. E si sente.
Mantelline, sottoguanti, e giù in discesa. Verso Torre de’ Busi (dall’altro versante, più facile, si arriva a Costa Valle Imagna e Sant’Omobono, provincia di Bergamo).
La discesa è difficile. Forse, almeno per me che odio le discese ripide, più dura della salita. Tornanti repentini, pendenze estreme, continue tirate di freni. Poi dove la pendenza cala, ci si mette l’asfalto dissestato e pieno di buche. Salvatore cade. Per fortuna niente di grave. Solo abrasioni e un bello spavento. Lo troviamo a Torre de’ Busi che si lecca le ferite (sue e della sua bdc). Riesce a ripartire e lo scortiamo fino a Milano. Eroico in cima per primo. Epico con il sangue sulla sella, a valle.
Il ritorno a Milano è faicle, rilassato, con l’aria felice di chi si sente più forte, di chi ha domato le sue paure, superandole. L’aria di chi ha visto le streghe.
Valcava, signori miei. Una droga nella droga.
Concludo con una massima – tra le tante – di Nicko 67, l’uomo che sussurrava ai dislivelli: “Se il Colle (Brianza) è la moglie del ciclista, la Valcava è l’amante”.
State in gruppo. E fate Valcava.  

Distanza totale: 120 km
Dislivello complessivo: 1670 m.
Pendenza max: 18%
Dove: da Milano al Valico di Valcava e ritorno, passando per Vimercate, Robbiate, Imbersago, Cisano Bergamasco, Caprino Bergamasco, Torre de' Busi.


(foto: a cura di Nicko 67; da sinistra, il sottoscritto, Mario, Salvatore: i cavalieri che fecero l'impresa)

postato da: versosella alle ore 11:39 | link |
categorie: vita, gioie
lunedì, 29 settembre 2008

Dove osano i ripetitori (PARTE PRIMA)

Cosi
Per tanti anni ho visto, nelle giornate limpide, là, davanti a me, quei cosi. Proprio là, a due passi da casa mentre compravo il giornale o mentre facevo un salto in Feltrinelli. In fondo a Corso Buenos Aires, proprio là. Una montagna verde e imponente con quelle strane antenne sulla cima.
Giuro: non era un’allucinazione.
Già, perché se guardate in direzione Loreto-viale Padova - per chi è di Milano, e della zona – in una giornata tersa, magari ventosa, ci vedrete il Valico di Valcava con la sua selva di ripetitori televisivi. Una cattedrale neo-gotica tecno-bucolica.
Diffondono il segnale in mezza Lombardia, quei Cosi.
E io, per anni, guardandoli ammirato, sono stato all’oscuro di tutto. Fino a ieri.
Da ieri, tutto è cambiato. State a sentire.
Ore 6:45. Sveglia psicanalitica. Nessno si sveglia la domenica a quest’ora per andare a fare una salita con un tratto al 18%, in bicicletta. Sei un coglione.
Questa è una legge incontrovertibile. Scientifica. Piantala di addurre spiegazioni apologetiche di qualcosa che è in sé indifendibile.
Al lavoro, pensano che io sia pazzo. A casa, non commentano nemmeno più. Gli amici non lo vengono a sapere proprio.
Tant’è. Ma io sono felice e fiero di quello che faccio. ‘Fanculo.
La mia domenica 28 settembre parte così.
Alle 7:15 Corso Buenos Aires è bellissima. Lunare. Guardo là, in direzione dei ripetitori. Non li vedo. Il cielo è ancora nuvoloso e insulso. Faccio colazione al bar (l’unico aperto).
Anche lì mi sento osservato. Quasi fossi la cavia di uno strano esperimento scientifico.
Ho il mio giubbottino mid-season Campagnolo doc e sto andando a fare Valcava: del resto non me ne frega niente.
Arrivano Mario e Salvatore. A Cologno Monzese appuntamento con Nicko 67. Il Mentore di Valcava.
La Caffè Nero Bollente - Squadra Corse, completa nei suoi ranghi, è pronta all’impresa. Si parte.
In rapida successione, sotto il timido sole delle 8, che si alza e ci scalda, come dei cavalieri usciti dalle brume della notte, ci spariamo: Brugherio, Concorezzo, Vimercate, Robbiate, Imbersago. Ci avviciniamo all’Adda. Le antenne di Valcava si avvicinano a vista d’occhi: prima irraggiungibili sagome nella foschia, ora chiari segnali della fatica fatata che ci aspetta. A Brivio, passiamo dall’altra parte dell’Adda: magnifico il suo corso impetuoso e selvaggio.
Il paesaggio cambia: verde, intenso, manciate di paesini lasciate come briciole da Pollicino qua e là, ai piedi di un colosso. La cima Di Valcava (1.340 m. dove arriva la strada). Poco più in là il Resegone e le Grigne.
Le antenne, i Cosi,  di volta in volta, si fanno sempre più imponenti. Incombono. Sono là. Non si scappa più.
A Cisano Bergamasco, sosta. I primi 40 km sono fatti. Si sgranocchia qualcosina (chi una barretta, chi un panino, chi una crostatina). Un gruppo di ciclisti navigati ci guarda con aria di superiorità. Uno di loro chiede “Valcava?”, con un ghigno satanico stampato sulla bocca. “Cerrrrrrrrto!” la risposta unisona. Il ghigno si trasforma in risata malefica. Le porte dell’Inferno, per noi, si stanno per spalancare.
A Caprino Bergamasco, volta a sinistra: si inizia a salire. Non è ancora la Valcava, ammonisce Nicko 67. Ma un paio di strappetti insidiosi ci sono. Nel frattempo, da Milano, abbiamo già messo da parte un 400-500 m. di dislivello tra strappi e strappetti, discese e discesette. Che belle queste valli tra il lecchese e il bergamasco, penso. Selvagge, verdi, tortuose. Saliamo agili in fila indiana, sguardi concentrati, pronti.
Torre de’ Busi: a destra; Lecco: dritto. Si volta  a destra.
Siore e siori, ghe semm’. Qui cominica l’avventura.
Lasciate ogni pietanza, o voi che entrate. Trangugio rapido l’ultimo gel energetico – bleah che schifo, gusto cola - rimastomi. Da qui in avanti non ci si alimenta più, fino alla vetta. Si va in apnea.
Fino a Torre de’ Busi, tutto tranquillo. Appena fuori, una prima rampa al 10%, corta ma pur sempre cattiva. Salvatore prende e va. Singori miei, posso anche chiudere baracca e burattini e tornare a spingere il passeggino di mio figlio: Salvatore va al doppio della nostra velocità. Nicko ironizza: al km 7,5 si impianta, vedrai se si impianta.
Già, cosa c’è al km 7,5 di questa salita?
La strega di Valcava. Mi spiace aver trascinato tutta questa gente in questa follia, voglio che le loro madri lo sappiano: è stata tutta e solo colpa mia.
Al km 7,5 cosa c’è? La gente a Torre de’ Busi non ne parla nemmeno più. Ti guardano e voltano le spalle, rabbuiati, appena accenni l’argomento. Le madri richiamano a sé i bambini e ti fissano con aria di rimprovero: mai parlare del km 7,5 da queste parti. Mai.
Si parla, si chiacchiera. Salvatore, il folletto di Affori (165 cm., per neanche 56 kg). è andato. Sparito. Risucchiato forse, anzitempo, dalla strega.
3 km, 4 km. Il 7,5 si avvicina. Cazzarola maledetta.
Qui han rifatto l’asfalto. Siamo in un fitto e bellissimo bosco, castagne e ricci sulla carreggiata tinta d’autunno. Sole e ombra. A salire fa caldo. A scendere – se scenderemo – farà freddo, sicuro. Pecore a bordo strada, senza pastore, allo stato brado. Terra di formaggi questa.
Ridiamo nervosi, e i tratti che si alternano sono tutti tra il 7% e il 10%. Agili, agili: dice Nicko. Che la strega si avvicina…
(CONTINUA)

(foto: versosella; I ripetitori in cima al Valico di Valcava)

postato da: versosella alle ore 13:52 | link |
categorie: vita, gioie
giovedì, 25 settembre 2008

FANTASMI E VISIONI: Valcava e Jack Nicholson.

18%  ValcavaLe gambe di Fignon l'han portato due volte in cima al podio di Parigi: su questi gradini, invece, nel 1988 cedettero. Fignon aveva vinto la Sanremo, quell'anno: e avrebbe raddoppiato la vittoria nel successivo, in cui conquistò anche il Giro d'Italia. Fignon aveva schiacciato due volte sotto ai piedi i 2000 metri di La Plagne. Ma il Giro di Lombardia che su queste rampe schiacciò a terra lui, Fignon non lo vinse mai. Che rumore fanno due Tour quando mettono il piede a terra? Che impronta lasciano, indelebile, tra le buche e le crepe, e nella memoria?

Signore e signori, benvenuti sul pianeta Valcava.
Fignon mise il piede a terra sulla salita che porta
da Torre de' Busi al Valico di Valcava.
E fin qui, niente di male.
Già, niente di male...  non fosse che domenica (salvo imprevisti), a Valcava, da Torre de' Busi, ci andrà anche il sottoscritto. Cazzo.

Numeri: 130 e passa km da casa. 11,5 km di salita, con un finale mostruoso: dal km, 7,5 al km 10,5 pendenza intorno al 15-16% e un muro al 18%. La salita più dura in assoluto di tutto il comprensorio delle prealpi lombarde. il Ghisallo da Bellagio, per intenderci, gli fa il solletico.
Nicko 67, l'uomo che sussurrava ai dislivelli, 10 Valcave nel palmares ha detto: "quasi nessuno, alla sua prima Valcava, non mette piede a terra".  Dlign! Una lampadina si è accesa nelle teste mie e di Mario: lo Shining. La luccicanza della sfida. Quella che ti si stampa sugli occhi, non appena fiuti, odi o sorseggi il profumo di qualcosa di epico da fare a pedali.
Veniamo all'ascesa. La salita per il valico di Valcava inizia  dalla deviazione per Torre de' Busi, lungo la strada interna che collega Caprino Bergamasco (BG) a Calolziocorte (LC). Provenendo tanto dalla valle del torrente Sonna quanto dal lago di Olginate si giunge all'inizio della salita con almeno 150/200m di dislivello nelle gambe, accumulati in una serie di strappi, falsipiani e saliscendi necessari a raggiungere i 400m slm del bivio. La vetta del Valico di Valcava è posta a quota 1.350 m. slm. Indi si tratta di 950 m di dislivello da corpire in 11,5 km di salita.
Il primo tratto è facile, poi da Torre de' Busi, si inizia a fare sul serio, con pendenze che si attestano tra il 7% e il 10%. Ma fin qui niente di a-normale.
I cazzi, la follia, il calvario, il maoschismo allo stato puro iniziano con un svolta - pare improvvisa - a destra, posta in prossimità del km 7,5. Da lì in avanti, signori miei, abbiamo 3 km che non hanno più nulla di umano. Punta massima è il 18%, come detto, ma nel resto dei tre km si scende dai 18% di poco. Si arriverà lì con già, almeno 60-65 km nelle gambe, di cui gli ultimi 7,5 di salita comunque tosta. Ce la faremo? Che rapporti useremo? Chi cazzo ce lo fa fare?
Fignon, signori miei, Fignon e lo Shining ce lo fanno fare. Lo shining: la luccicanza per la salita. Perché sai che una volta superata la soglia dell'attacco, qualunque esso sia, poi non si torna indietro.  gli occhi cominciano a brillare in trance ebete. Arriva Alice, con il  Bianconiglio sottobraccio. In poche parole: it stai drogando. Lo shining per la salita ha qualcosa di magico, incantato, ma anche di estremamente pericoloso e orrorifico: fa perdere contatto con la realtà e una volta entrato in questa dimensione, ne sei dipendente. Posso smettere quando voglio, dicevo un anno fa, dopo il mio primo Ghisallo. E ora guardatemi qua come sono conciato.
Lo Shining, non tutti ce l'hanno. 
Davide (compagno di Sella Ronda e valcavista convinto)  ha detto: ti vedo già, con lo sguardo di Jack Nicholson all'imbocco di Torre de' Busi.
State in gruppo, perché questa è davvero grossa.
postato da: versosella alle ore 10:33 | link |
categorie: fantasmi e visioni
lunedì, 22 settembre 2008

AVVICINAMENTI: Verso la MdD 2009, seconda parte.

Ecco perché.
postato da: versosella alle ore 10:37 | link |
categorie: avvicinamenti
giovedì, 18 settembre 2008

AVVICINAMENTI: Verso la MdD 2009

pordoiMdD = Maratona dles Dolomites. Non è un refuso. E' ladino.
Partenza da La Villa (BZ) e arrivo a Corvara (BZ).
Data: 5 luglio 2009. Esattamente un anno dopo il mio primo Sella Ronda.
Percorso Lungo: esattamente 138 Km e 4190 m. di dislivello.
E' una follia, lo so. Non ricordatemelo che c'è già abbastanza gente a farlo. Scommettiamo che lo faccio?
Ecco. Quindi zitti e sorbitevi tutti i miei sproloqui da qui al 5 luglio. Altrimenti cambiate canale.
Sapevo fin dal primo giorno che ho messo piede su un pedale Keo, che l'avrei fatta. Era la mia gara.
Innazitutto perché è la meglio organizzata al mondo (iscrizione, non per niente, ahimè, tramite sorteggio). Poi perché ha il percorso, le salite, il paesaggio che sento più miei, le Dolomiti. E infine perché chiunque la fa ne conserva il ricordo per sempre. C'è un'aura mitica intorno a questa Gran Fondo. Già chiamarla Gran Fondo appare riduttivo. logo09Questa è la madre - 9 Colli permettendo - di tutte le Gran Fondo. Le strade sono autenticamente chiuse al traffico, Rai 3 ne trasmette la diretta, tutte le valli coinvolte (Badia, Fassa, Gardena) vivono quel giorno come l'appuntamento più importante della stagione. Gli alberghi si riempiono di polpacci nerboruti, le ski-room diventano depositi per specialissime, le strade si tingono dei loghi - sempre bellissimi - e del tema - quest'anno l'energia - della MdD. Luce per i miei occhi.
Il problema è uno solo. E piuttosto grosso: l'iscrizione.
La Maratona dles Dolomites è infatti a numero rigorosamente chiuso. Causa il numero impressionate, folle, autistico di richieste di partecipazione, da tutto il globo. Però non funziona prima mi iscrivo e meglio è. No, cari miei: maxisorteggione in sala mensa. Ci si pre-iscrive già ad ottobre, per poi venir eventualmente sorteggiati a gennaio e, in un secondo momento, si "regolarizza" la propria iscrizione. Insomma, un delirio.
Non so come farò. Non voglio nemmeno pensare di non essere tra gli iscritti. Se non ci riesco, sono disposto a comprare uno dei pacchetti a prezzo maggiorato che verrano messi in vendita dopo. Io la MdD 2009 LA VOGLIO. A costo di incatenarmi alla stele di Coppi sul Pordoi.
E veniamo al percorso (qui sotto la planimetria, dal sito ufficiale).
maratona_planCe ne sono 3 tra cui scegliere (Breve: Sella Ronda, 60 km. per 1800 m. di dsl; Medio: Sella Ronda più Falzarego, 106 km. per 3090 m. dsl; Lungo: Sella Ronda più Passo Giau più Passo Falzarego, 138 km. per 4190 m. di dsl).
Io, ovviamente, scelgo il Lungo. Ovvero: Campolongo, Pordoi, Sella, Gardena, Campolongo seconda volta, Giau, Falzarego. 7 passi (il Campolongo viene ripetuto 2 volte). Una follia. Se ci riesco, mi cambia la vita. Lo so. Ed è per questo che voglio farlo. percorso_lungo_B
E' un sogno, una meta, uno scopo. E, come sapete, in questo genere di cose la parte più bella non è la meta, ma il percorso che si fa per raggiungerla. Sarà una lunga strada. E' iniziata quando ho aperto un vecchio album di famiglia e ho deciso che, nella mia vita, io volevo salire
Del resto, a novembre 2007, quando ho aparto baracca e burattini (leggasi: questo blog) e annaspavo per i colli lombardi con una bicicletta comprata da Decathlon, credevo fosse un'utopia fare anche "solo" il giro dei 4 Passi del Gruppo Sella. E invece...
So, stay tuned. State in gruppo. Che da qui al 5 luglio ci sarà da divertirsi.
Prossima meta: valico di Valcava. Domenica 28. Nicko 67, sto dicendo a te. 

Informazioni, dettagli, curiosità, racconti, filmanti: www.maratona.it

( immagini e logo per gentile concessione del Comintato Maratona dles Domomiteswww.maratona.it)
postato da: versosella alle ore 14:30 | link |
categorie: avvicinamenti
lunedì, 15 settembre 2008

VITA: Ultimo fango a Gaggiano.

fango e gloria
Gaggiano è una ridente cittadina alle porte di Milano. È a metà strada sulla ciclabile che da Milano conduce ad Abbiategrasso. L’avrò fatta un fottìo di volte. E non la reggo più.
Eppure domenica ci ha salvato la vita. A me e a Mario, of course.
La CNB in pectore (a proposito: cercansi compagni di squadra, astenersi “no questo weekend non posso, magari il prossimo…” ; o “verrei volentieri, ma è che ho promesso di portare i bimbi al parco e…”; i bimbi al parco ce li porti dopo, domenica giù di branda alle 7 e alle 8 in pista, poche palle).
La ciclabile via Gaggiano, dicevo, ci ha salvato perché stavamo per chiudere baracca e burattini dopo neanche 10 km di fango e doccia ghiacciata.
I primi, disperati, tentativi di raggiungere la Brianza (8 del mattino) sarebbero, infatti, ben presto naufragati: appuntamento a Colongo con Nicko 67; si arriva lì e diluvia, e di Nicko – giustamente: lui sì che è sano di mente - nemmeno l’ombra. Si decide di proseguire: magari tra 5 minti smette. Già, già. Col cavolo che smette.
Alla terza rotonda verso Lesmo, in mezzo al traffico impazzito già alle 8 del mattino causa fottutissimo (quando lo aboliranno?) GP di Monza,  con tanto di elicottero che volteggia sui nostri cranii infradiciati, decidiamo che non è giornata.
Arrivati a Loreto, non piove più. Decido di accompagnare Mario a casa (sta in zona Porta Genova).
Arrivati in zona Darsena decidiamo di prendere la ciclabile e vedere che aria tira. Ciclisti ce n’è. Forse qualcosina si riesce a fare.
Breve allungo tra Gaggiano e Abbiategrasso ai 38/h. Buona gamba. La gara ha fatto bene. Dopo Abbiategrasso, decidiamo di proseguire verso Boffalora. Fa freddino. Ho i manicotti. Mario maglia lunga Castelli con bandiera cubana. Bellissima.
Si fantastica di pulimini, van e divise ufficiali per la Caffè Nero Bollente. A breve si apriranno i colloqui per gli aspiranti membri carbonari.
Macinati 65 km da casa, io mi stacco. Mario prosegue. Non voglio far tardi. Anche io ho dei bambini da portare al parco, in fondo.
Il ritorno diventa un calvario. Da solo, vento contro, sotto l’acqa che nel frattempo ha ripreso a scendere secca e rigida. Arrivo alla Darsena fradicio e infreddolito. Dalla testa ai piedi. Mai fatto. Un’esperienza.
A casa, strizzatomi come un cane, subisco le giuste ironie della famiglia. Cazzo sei uscito a fare?
Eh, cazzo sono uscito a fare… sono uscito perché sono dipendente.
Inutile negarlo. Francesca metti a letto i bambini. Ho una conclamata forma di bdc-dipendenza. Al diavolo i moralisimi.
Anche 90 km - di cui metà sotto l’acqua, con le scarpe, la maglietta e la mantellina da buttare in lavatrice – diventano una dose.
Se non capite, astenetevi dalla CNB. Non è cosa per voi.

State in gruppo.

Totale distanza percorsa: 90 km (pianura)
Dove: un po’ dappertutto
Tempo: degno del meteo.

(foto: versosella; fango e gloria)



postato da: versosella alle ore 09:58 | link |
categorie: vita
giovedì, 11 settembre 2008

VITA: Sulle magliette delle Gf.

MAGLIA-2008-SMALLAllora, oggi sono andato a vedere sul sito della Colnago e, navigandoci dentro, ho trovato una mia foto sulla linea del traguardo. Con la bocca che andava da un'orecchia all'altra.
Ecco, in effetti l'emozione che dà una Gf, fatta bene, è proprio questa. Felicità. Sentirsi forti. Aiuta nella vita di tutti i giorni. Vai al lavoro e dici: ehi, ieri ho fatto 125 km in 4 ore e mezza. Fai la spesa e al vicino di carrello ribadisci: 1.700 m di dislivello. Arrivi a casa e mostri la maglia della gara a tuo figlio. Gli dici: l'ho comprata là. E' il ricordo, lo scalpo, il trofeo.
Le magliette sono belle. Ho letto un'intervista a Roberto Baggio, il calciatore, di recente: dice che ha conservato in un vecchio armadio tutte le magliette dei più grandi campioni contro cui ha giocato. Da Maradona a Platini. Sono ricordi. Niente più. Ma i ricordi, se hanno un appoggio concreto e tangibile su cui vivere, durano di più.
Così ho già la maglia del Sella Ronda Bike Day e quella della Gf Colango 2008. La prossima: quella della Maratona dles Dolomites 2009. Lì potrei sbilanciarmi: prendere anche i pantaloncini...
postato da: versosella alle ore 18:18 | link |
categorie: vita
lunedì, 08 settembre 2008

VITA: Belve da gara.

InsiemeÈ il titolo – indimenticabile – letto su un vecchio numero di CT (per i non adepti: Cicloturismo, rivista per praticanti). Io e Mario lo abbiam fatto nostro. Siamo noi, le Belve.
Ieri alla Colnago lo siamo stati per davvero.
Ore 06. Svelgia. Fuori è buio.
Rapida vestizione e partenza, per una Milano surreale, in bici, zaino sulle spalle, alla volta del Coin di piazza Cinque Giornte.
Ore 6:45. Arriva Mario, peugeottino d’annata station wagon: le bici ci stanno alla perfezione nel bagagliaio, senza smontare ruote o altro.
Ore 7:30. Autogrill. Brioche e cappuccio.
Ore 8:00. Uscita Piacenza Sud, area Expo. Ritiro chip e pacchi gara. Vestizione finale (divisa ufficiale team Cinelli io, divisa ufficiale team “I signori del Ciclismo” lui), panino con marmellata e banana, e ci siamo.
Griglia emozionante. 3.500 anime a pedali.
Un drago cinese. Ogni ciclista una squama di colore diverso.
Battute nervose.
Ore 9:30. Si aggancia il pedale. Partenza
La mia seconda Gf è partita.
Sto in gruppo e sono a 45-47-48-50 all’ora…
No comment. Non ci credo.
Il gruppo è come il ventre materno. Stai al caldo, protetto, senza attrito. Tutti insieme solidali. Niente fa paura, lì dentro.
E vaffanculo chi dice che questa non è bella gente.
Ci si avvisa a ogni buca, a ogni svolta si alza un braccio là davanti a sengalarla per tempo. È una confraternita di pazzi scriteriati. Felici e incoscenti, forse. Felici e contenti, più probabilmente.
Una freccia azzurra che passa tra ali di gente che salutano.
30 km, così. Senza fiatare. Solo il rumore delle ruote. E la catena che passa da un pignone all’altro.
A San Gabriele, la musica cambia.
Folle, improvvisa (e malsegnalata) svolta a destra. La strada si chiude in un imbuto al 14% di pendenza.
Catene che saltano. 34 che non entrano. Qualcuno che cade e si fa male.
MarioMi alzo sui pedali, Mario ha avuto un salto di catena. Le mani e il telaio Time, bianco candido, si sporcano di gloria.
Vado su rapido. Ma è un cunicolo con 3000 ciclisti imbottigliati. Quasi impossibile non mettere il fatidico piede a terra.
Aspetto Mario. E il diradarsi di folla dal breve tratto al 17% là davanti. Se qualcuno si impianta lì, fa caderere tutti come birilli. E infatti, puntualmente, ciclista a terra con polpaccio bucato dalla catena. Sangue sull’asfalto.
Vado dritto, mi faccio snello, come una gazzella, in mezzo a chi si impianta. Mario con me.
E siamo alla fine dei 2 km con pendenza mortiroliana del Vidiano.
Si sale ancora. Ma A) c’è meno ressa, si respira; B) si sale a gradoni, qundi si fiata. Duecento metri in falsopiano, poi cento al 12%, poi di nuovo falsopiano e via discorrendo. E’ il Passo Caldarola. Tipo di salita che non mi piace: per me o si sale o non si sale. Non sopporto le vie di mezzo.
In cima, primo ristoro, rapido: prendo solo da bere. Poi ci si fionda in discesa. Curve rapide, e tornanti un po’ scoperti. C’è un vento cane e nuvole insidiose. La prua di Ishmael ondeggia, ma tiene.
Giù. C’è il ponte. Si passa e si arriva al secondo ristoro. Dove c’è il bivio tra Medio e Lungo.
Si attacca il Passo del Cerro. 13 km di salita, senza grosse insidie. Se non la lunghezza e un tratto finale al 13%. Vado, parlo con due bergamaschi che si prendono per il culo lungo tutta la salita. Li stacco. Stacco anche Mario. Arrivo in cima in buona posizione. Aspetto il mio compagno, indosso la mantellina. C’è vento forte anche qui. E il cielo è sempre una melassa grigia indecifrabile. Ma non piove. E questo conta.
Arriva Mario e scendiamo. Veloci, tecnici. Siamo migliorati in maniera impressionante dalla 3 laghi. Siamo ormai a tutti gli effetti due Granfondisti. Poche palle. Passo-Cerro
Velocissimo tratto di pianura. Infilati in un gruppo. 45 all’ora e pedalare.
Ultimo strappo. 1,5 km all’11%. Una sorta di Lissolo piacentino. In cima mancano 30 km. Ultimo ristoro. Discesa, tocco i 65 orari. Mai fatto. Sono un figo.
Non mi distraggo. Mi infilo in un trenino. 10-15 ciclisti. Mille colori. Chiacchiere con un salentino che ha fatto il Prestigio.
Ultimo tratto di tangenziale. Ai 46 all’ora.
In 40 minuti ho fatto i rimanenti 30 km. Pazzesco.
L’arrivo. Mario si infila nel trenino di quelli del Lungo. Io lo seguo. Tagliamo il traguardo a 50 allora.
Ragazzi, che botta. Ho detto: ragazzi, che botta.

DATI: 125 km. 1.700 m. di dislivello. 4:26' effettive
(escluse cioè le soste ai ristori e il tempo di aspettarsi, comunque brevi).
Media: 28,15 km/h.
Una bomba.


PS: Ottima organizzazione, strade ben presidiate, curve pericolose e diaviazioni ben segnalate, molti i ristori, unica pecca: la svolta e la pendenza improvvisa della salita per Vidiano, malsegnalate, a mio avviso).

(foto: versosella; 1) Le Belve, dopo l'arrivo; 2) Belva 1, in griglia; 3) Belva 2, in griglia; 4) L'infinta salita del Passo Cerro)

postato da: versosella alle ore 14:16 | link |
categorie: vita, gioie
giovedì, 04 settembre 2008

AVVICINAMENTI: Colnago, a noi due.

big_Medio_Fondo_2008Ecco tutto.
Domenica. Piacenza. Ore 9:30.
125 km, 1.700 m di dislivello.
Non una cosa impossibile.
Eppure dura. E, a suo modo, insidiosa. Diversi gli strappi al 15-16%. Dura la prima salita, Vidiano (da San Garbriele) dove, a freddo, si affrontano 2,5 km, con i primi 1.700 m. a una media mortiroliana dell’11% e punte del 16%. Sticazzi.
Poi due salite pedalabili, ma, soprattutto la seconda, il Passo Cerro, lunghette (13 km) e infine l’ultima insidia, il Bagnolo: lo spauracchio dei ciclisti piacentini. Anche qui un paio di km, ma costantemente sopra il 10%. Con le gambe stanche, non sarà il massimo. Infine, discesa e ultimi 25, velocissimi km verso Piacenza, Centro Esposizioni.
Sarà la mia seconda Gran Fondo. Mi sono allenato quanto ho potuto. Sono sciuramente migliorato dalla mia primissima Gran Fondo. La voglia di pedalare per quei posti (il piacentino, la Val Trebbia, i colli della pancetta coppata) sono dalla mia. Diciamo che sono pronto al lancio. State qua. Lunedì vi dico tutto.

Per chi desiderasse saperne di più: trova tutto qui (ah, dimenticavo: le iscrizioni sono chiuse)
postato da: versosella alle ore 12:04 | link |
categorie: avvicinamenti
lunedì, 01 settembre 2008

VITA: Prima della Colnago.

Gruppo sullDunque, breve resoconto dell'ultimo allenamento fatto (sabato).
Liguria di levante.
Base di partenza: Chiavari. As always.
In solitario.
100 km esatti esatti.
1.900 di dislivello.
Ho cercato di simulare il più possibile il percorso medio della GF Colnago di domencia prossima (anche se ridotto: perché là sarà di 125 km, anche se il dislivello sarà di "soli" 1.700 m.)
tempo effettivo: 4:18'
Primi 27 km di pianura (non avete idea della fatica per trovarla) a buon ritmo (anche se non ovviamente quello, folle, delle partenze delle gf, che non credo di poter tenere, quindi me ne fotterò come alla precendete gf e vaffanculo).
Poi, prima salita: Basilica dei Fieschi - Breccanecca, 3 km, duri. Media al 9%, tratto finale tra il 12% e il 14% (la Colnago presenta come prima salita, un tratto iniziale, seppur di 1.700 m, all'11% di media, con passaggi al 16%...).
Rapportro agile, ma non agilisissimo.
Poi saliscendi vari sull'Aurelia, fino a Rapallo. Quindi altri 250-300 m. di dislivello accumulati.
Fino alla seconda salita: Rapallo - Santuario di Montallegro, 9,5 km, 600 m. di dsl., pendenza media 6,5%, max 12%. Tempo impiegato per farla: 36' (il record personale è di un minuto in meno). Rapporto non agilissimo.
Poi, discesa, indi nuova salita: Rapallo - Portofino vetta, di 10 km, abbastanza facile, primi 3 km al 7-8%, poi 4 km di falsopiano, indi strappo finale di 3 km al 7% di media, con finale al 10%.
Discesa su Rapallo.
Nuovi saliscendi sull'Aurelia ligure (gli stessi dell'andata: altri 250-300 di dsl). Discesone finale su Chiavari.
Poca stanchezza nelle gambe, niente dolori il giorno dopo. Posso fare di più.
Cosa importante: tutti gli ultimi allenamenti li ho fatti in solitario. Quindi mai in gruppo e quindi non avendo mai modo di recuperare energie.
Questo ovviamente incide sulla velocità media, che resta bassina. Ma mi pare un ottimo risultato sulla resistenza e il fondo.
In gara sicuramente ci cercheremo un gruppo. Ci cerche-remo? Sì: io e Mario. La CNB Squadra Corse Milano, autocostituitasi team.
In settimana effettuerò un ultimo allenamento di 50-60 km di pianura in agilità (altro tempo, purtroppo, non ne ho a disposizione) alzandomi presto la mattina, prima di andare al lavoro. Esperimento riuscito con successo la settimana scorsa.
Le sensazioni sono buone.
La voglia tanta.
Colnago, a noi due.
State in gruppo.

Distanza totale percorsa: 100 km.
Dislivello: 1.900 m.
Tempo impiegato: 4.18'
Dove: Chiavari - Val d'Aveto (inizio) - Rapallo - Santuario di Montallegro - Rapallo - Ruta - Portofino vetta, e ritorno a Chiavari (via Aurelia).

(foto: a cura della moglie del sottoscritto; plotone compatto di ciclisti lungo l'Aurelia ligure, durante la GF Città di Camogli, lo scorso maggio)
postato da: versosella alle ore 10:25 | link |
categorie: vita
giovedì, 28 agosto 2008

VITA: Martesana in corpore sano.

Martesana4Il ciclista pericoloso ha colpito ancora. E si è dileguato nel tran-tran quotidiano.
Sono stato di parola: ieri, splendida, folle uscita solitaria.
Sveglia alle 6:30 del mattino.
Maglia e pantalonicini già pronti sulla sedia.
Rapida vestizione, colazione. Al bar: caffè e brioche.
Partenza alle 6:45.
In una Milano, oserei dire, lunare. Deserta per l’agosto e ancora più deserta per l’ora. Ne-s-su-no. Giuro.
Dopo Loreto, tiro dritto su viale Padova, fino al caro, vecchio Naviglio della Martesana. Dove ho mosso i primi passi da ciclista. Quanti ricordi.
Il campo Rom, prima di Cologno Monzese, è quasi poetico. Bambini che scorrazzano liberi, appena svegli. Un cane. Due percore (giuro). Qualche materasso abbandonato. Paesaggio bucolico-industriale. Il tunnel sotto la tangenziale, ancora addormentata. E poi, l’altro mondo. Il verde del parco di Cernusco sul Naviglio, la vecchia stazione MM di Vimodrone. I pescatori di Cassina de’ Pecchi già ai posti di combattimento (c’hanno un cazzo da fare tutto il giorno, costoro?). La brezza leggera del mattino. Qui Olmi ci ha girato L’albero degli zoccoli. Me lo disse un vecchio ciclista della Moser. Mai più incontrato. Mai più apparsomi in questo sogno sub-urbano a occhi semi-aperti.
Il bello della bdc è questo: incontri, parli, condividi e poi scompari. Intensi momenti a rapido uso e consumo umano.
Sta a te prenderli o perderli. Io dico di prenderli.
E poi, la piccola follia. Arrivato a Gorgonzola, il Naviglio piega, faccio qualche chilometro e mi accorgo che sono già a quota 22. Torno indietro, sono le sette e mezza. A pochi passi da lì, ricordo una rampa che può fungere da piccolo strappeto da ripetere. Un cavalcavia un po’ lungo. Ed ecco che, per incanto, la follia del ciclista pericoloso si materializza: ingrano il 50X12 e lo ripeto, da ambo i lati, fino allo sfinimento. Gli adetti dell’AMSA mi guardano con misto di sospetto e compatimento.
Raggiungo così i 30 km secchi, e decido di tornare. A casa, ho 50 km nelle gambe. Sono le otto e mezza. Il sole è alto. Ripasso dal bar, saluto Sergio che mi ha visto partire nemmeno 2 ore fa scuotendo la testa. Ripongo Bruna (Ishmael-Cinelli è ancora al mare, in vacanza) in cantina. Sulla parete, come un quadro. La guardo: quante ne abbiamo fatte insieme, eh, Brunetta?
Stretching, doccia, acqua fresca (nel trance ebete post-risveglio antelucano avevo dimenticato la borraccia – piena – sul tavolo della cucina) e, come nuovo, inforco la bici quotidiana con seggiolino per il pupo e, in una Milano in lenta ripopolazione, guadagno la postazione di lavoro (per la cronaca: altri 12 km, tra andata e ritorno). Sulle labbra, il sorriso di chi ha fatto la sua zingarata.
- 10 alla Colnago.
State in gruppo.

Totale distanza: 50 km
Dove: da Milano a Gorgonzola, lungo il Naviglio della Matesana, e ritorno.
Tempo: 1:45' (incluse mini-ripetute in salita, con rapportone)

postato da: versosella alle ore 09:37 | link |
categorie: vita
martedì, 26 agosto 2008

VITA: Confessioni di un ciclista pericoloso.

S6300324

Mare assoluto. In un posto da sogno. Carloforte. L’isola del vento e del verde e delle grotte e del pesce e del tonno e pomodoro e del tonno con cipolla e del tonno affumicato e del tonno alla griglia e del tonno al tonno e delle tonnare e dei bambini: tanti, buffi, bellissimi.
Insomma, un paradiso.
Però, inosmma, stracazzarola: 3 settimane senza bdc. Ho detto: tresettimanesenzabbiddiccì!
Una pena dantesca. Un supplizio tantaliano. E poche palle.
Al risveglio, stati d’animo di continua leggera malinconia per qualcosa (e non sai, non vuoi sapere, cosa). Di notte, risvegli frequenti, inspiegabili, mai avvenuti prima. Li attribuisci alle ricche libagioni serali o al Cannonau copiosamente mesciuto. Ma la spiegazione non ti convince. Lo sai.
Al tramonto, sguardo perso: non piantato verso il sole che si immerge, calmorosamente bello, nel turchese che mozza il fiato. No. Sguardo perso altrove. Oltre il mare, oltre le pianure, oltre le montagne.
Sguardo ebete, catatonico, tutto e solo per lei. La picciridda. Lontana centinaia di km.
In spiaggia, testa distratta e confusa. Tra un castello di sabbia e l’altro, controlli compulsivi – ma compiaciuti - dello stato dei quadricipiti delle cosce e della silhouette del polpaccio. Mai avuti così.
L’abbronzatura – tragica – da canotta bossiana, le stigmate del ciclista, piano piano scompaino. E la cosa preoccupa: la bici sta scomparendo, persino dal corpo.
Ma il delirio – quello vero – arriva dopo una settimana di astinenza e allucinazioni. Il ciclista prende e va. Solo, inebetito, paranoico. Fornisce scarse e poco convicnenti spiegazioni a familiari ed amici:
Vado a comprare le sigarette…
Le sigarette!? Ma papà, tu non fumi
Ed eccolo partire, incurante delle preoccupazioni di chi lo circonda, prima trotterellando con poco convinzione, poi con impeto e concentrazione crescenti, verso il primo dislivello altimetrico riscontrabile nei paraggi.
Sì sì, avete capito bene: il ciclista in vacanza si mette compulsivamente a fare ripetute - di corsa - in salita. E si badi bene: non all’alba o all’imbrunire, come sarebbe d’uopo, no il ciclista corre in salita con 40° all’ombra e un sole che spacca le pietre.
Un calvario. Per gli altri.
Un surrogato della droga da cui dipende in maniera ormai sempre più conclamata. Per lui.
In un battibaleno, la serenità è ritrovata. La freschezza fisica e la leggerezza mentale si impadronisco di lui. L'allegria e il buonumore della famiglia.
Chiacchiere con gli amici, birra fresca e grigliata.
L’effetto di tale surrogato di stupefacente dura però poco eh, intendiamoci.
Tempo 12 ore e il ciclista sta di nuovo a rota.

Cose serie: -12 gg alla GF Colnago (Piacenza, domenica 7 settembre). Primo obiettivo post-vacanziero.
2 uscite nel weekend, dopo la lunga sosta. Male la prima (92 km, 1.300 dsl: stremato), incoraggiante la seconda (ieri: 65 km, 1.000 dsl: con salita dura e lunga, fatta bene).
Tempo ne resta poco. Devo giocarmelo bene.
Se domani tutto gira come dico io: giù di branda alle 06 am  e 2 ore di pianura prima del dovere.
Pazzo?
Naaa, ciclodrogato.
Mi piace di più.

(Immagine: a cura del figlio Mattia; il papà in preda a uno dei frequenti stati di allucinazione -  Capo Sandalo, isola di Carloforte, Saredegna sudoccidentale: egli si crede in cima al Tourmalet dopo una cronoscalata portata a termine con tempo record)
postato da: versosella alle ore 11:38 | link |
categorie: vita
lunedì, 28 luglio 2008

1935 - 2008: Il Mal d'altura.

Specchietto GardenaLeggete là in alto, sotto "VersoSella"?
Ebbene sì: l'obiettivo per il 2009 è già segnato. La Maratona dles Dolomites. Percorso lungo.
Numeri dell'edizione 2008: 138 km e 4190 m. di dislivello. Oltre ai 4 passi del Gruppo del Sella (Campolongo, Pordoi, Sella, Gardena) si ripete il Campolongo, si fa il Giau, quindi il Falzarego. Partenza e arrivo a La Villa (BZ), a pochi chilometri da Corvara.
Sono matto?
No. Cioè, forse sì.
Già, matto. O malato?
Perché, vedete, il primo Sella Ronda della vita è un'esperienza che cambia per sempre. Instilla nel pedalatore un pericoloso e - ad oggi - incurabile, ahimè, virus. Il Mal d'altura.
In poche parole, niente, in bicicletta, appare più come prima, sotto i 2000 metri. La percezione delle salite, dei tornanti, dei passi cambia completamente. Si diventa tragicamente più esigenti. Con se stessi, ma soprattutto con il paesaggio, con l'atmosfera, con i colori: in una parola, con le emozioni. E qui sono cazzi.
Non ci si accontenta più di quei quattro strappetti biranzoli o delle salite lariane e prealpine, che pure prima tanto piacevano. Persino i pinnacoli delle Grigne paiono poca cosa. Due montagnette qualunque.
Né l'appennino ligure o le alture pre-trentine dell'Alto Garda Bresciano, tanto amate, han più molto per consolare. E' come se tutti i percorsi consueti (e amati) fatti  finora in bici, improvvisamente, non bastassero più.
C'è un "prima" le Dolomiti e un "dopo" le Dolomiti.
Cazzo, che Dio le strafulmini.
Come, per chi è stato in Africa, esiste il mal d'Africa, così per chi è stato sulle Dolomiti in bcicletta, esiste il mal d'altura. Non si riesce più a fare a meno degli over 2000. Sotto, non si respira.
Laddove l'ossigenazione comincia a scarseggiare non è in quota, ma sotto.
Come ne La Montagna incantata di Thomas Mann: una volta che si è saliti là, non si è più gli stessi. Si sale, ma difficilmente si riesce poi a scendere. Almeno con la testa.
E' come se, sotto, tutto perdesse d'incanto, di magia, di emozione. Come se nulla fosse più, ciclisticamente parlando, lo stesso. E la cosa, credetemi, fa male.
In più, si sente male dentro, proprio perché mancano  "quei" posti lì,  "quelle" valli lì, "quei" tornanti lì. Non altri.
Io, senza una settimana all'anno - almeno - di Dolomiti in bicletta, da oggi non riesco più a pensarmi.
Dite pure quel che volete.
E allora, siccome di sogni (e di obiettivi) il ciclista vive, che sogni (e obiettivi), in grande, siano.
Con questo, vi sto dicendo anche una seconda cosa.
Da qui a settembre ci sono di mezzo le vacanze (e la bici riposerà per un po'), è vero. Però ci sono già due sogni caldi, caldi, messi in padella. La cottura è ancora un po' indietro, ma al momento giusto saran cotti a puntino.
Il primo, già ce lo siamo segnati da tempo, la Gran Fondo Colnago, la mia seconda Gran Fondo. A Piacenza, domenica 7 settembre.
Il secondo - per il quale il mio cuore  batte già all'impazzata -, udite udite: sua maestà, lo Stelvio.
Non vi dò altre anticipazioni.
Sono matto. E mi sento sano come un pesce.
Buone vacanze.
(FINE, per il momento)

(foto: versosella; il Passo Gardena, tornanando con i piedi, ahimè, sulla terra)

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postato da: versosella alle ore 16:57 | link |
categorie: breaking news, 1935 - 2008
lunedì, 21 luglio 2008

1935 - 2008: Briciole.

Tornanti per il CampolongoLe briciole sono buonissime. Non trovate? Intendo quello che resta sulla tavola dopo un lauto pranzo. Sì. sì, proprio loro. Le si apprezzano soltanto dopo, a pancia piena, quando il piatto forte è finito.
Il Campolongo e il Gardena mi piace considerarle le briciole del mio personale Sella Ronda.
Sono innegabilmente le due salite più facili. Eppure, proprio questa loro facilità, mi ha consentito di apprezzarle poi, ripensandoci, proustianamente, in maniera assolutamente inaspettata.
Non hanno l’ondata emotiva, la gragnuola emozionale del Sella o del Pordoi, non sono foto ricordo indelebili nell’anima. Tornano su all’improvviso. Quando meno te l’aspetti.
Sono schegge trasversali. Ogni tanto, un brandello di quei momenti sui tornanti del Campolongo o del tratto in falsopiano poco dopo Plan de Gralba, verso il Passo Gardena quello che costeggia il monumento alla roccia che è il massiccio del Sella, ogni tanto, dicevo, uno di questi momenti mi si conficca nella corteccia celebrale. Come un chiodo.
La sua potenza evocativa è tale da farmi ancora sognare. Mi porta indietro a quei pochi minuti che non dimenticherò tanto facilmente. Non sapete quanto, in questi giorni cittadini e ormai lontani, ripensi a quei magnifici quattro giorni sulle Dolomiti. E’ stato tutto persino più bello di come me l’ero immaginato.
Ed allora ecco che proprio i tornanti del Campolongo e il tratto in silenzo a contemplare la roccia silente, verso il Passo Gardena, vengono a bussare alla mia porta.
Già, il Campolongo, per esempio. Pare la saliata ideale per chi comincia. E in questo, consiglio caldamente di partire da Corvara e di fare il Sella Ronda in senso orario.
Saggi le gambe, senza approci brutali. Guardi le mucche a bordo carreggiata, appena uscito da Corvara. Ascolti il loro dolce, dolcissimo, inegenuo scampanare. Loro ti guarderanno. Tu passi silente, sei parte di quel mondo, conti come e non più di loro. Guardi l’erba. Quel verde – lo sai - non lo rivedrai tanto facilmente. Sorridi. Sei felice. Ricordalo. Respira, raccogli a pieni polmoni questa giornata azzurra, se possibile, di sole.
Campolongo 2Il Passo arriva in fretta. Dopo solo 6 km, qualcosa più. Arriva nella sua semplicità: non ha l’orgoglio, la maestosità, l’eccentricità di un Pordoi o l’incanto fatato, fuori dal tempo, di un Sella. E’ discreto, umile. Un piccolo rifugio, con baretto  e qualche tavolino fuori.
Poi scollini.
E plani con candore, verso le Terre dell’Orso e della Marmolada. Verso Arabba. E là, di dietro, cogli il letto gonfio di neve del Passo Fedaia per la prima volta. Ti farà compagnia durante tutta l’ascesa verso il Pordoi.
E il Gardena? Beh, il Gardena è diverso. A sé.
L’ho fatto in auto il giorno prima: usciamo dall’autostrada a Chiusa e proseguiamo per Ortisei e Selva. Da lì, con i bambini stralunati dalle montagne incantate, abbiamo iniziato a salire tortuosi. Fino al passo. Prima la devizione, a Plan De Gralba, per il Passo Sella. Da dove provengo in picchiata sabato in bicicletta, carico di emozioni e sogni, più stanco nella testa e nel cuore, che nelle gambe.
In auto la salita pare dura. Ma l’auto è traditrice: come ebbe a dire Eddie Merckx: percorri una strada in auto e te ne fai un’idea, ripecorri la strada in bici e cambi quell’idea.
La salita, salvo i primi chilometri dopo Plan de Gralba, è docile, e il paesaggio è stupdendo. Dopo l’ascesa al Sella, quella al Gardena resterà impressa per anni nella mia mente. C’è adirittura un tratto in leggera discesa, a metà circa, che pare estratto dritto, dirtto dalla statale che percorre il South Rimm del Grand Canyon. Tutta la parete occidentale del gruppo del Sella ti si fa incontro: vuota, lunare. Sembra di essere su un altro pianeta. Sali in mezzo al bianco della roccia. Ce l’hai a fianco, vicina come non l’hai mai avuta in tutta la giornata. Vedi le cascatelle, fitte, centiaia, molte più che quelle viste scendere dal Sass Pordoi. Non c’è anima viva. Non c’è vegetazione. Un’Harley mi supera, stupefatta quanto me. Potrei essere, in questo momento, nel selvaggio west, in bdc. Curva repentina e la strada torna a salire. Sono gli ultimi tornanti, il passo si apre alla vista. Un ciclista spagnolo fermo in discesa ad aspettare la sua compagna, mi saluta e mi incita. Salgo sui pedali, accelero. Sono in vetta. La gola della Val Gardena scompare. Ai miei piedi si fa avanti la Val Badia. Mi fermo al rifugio. Ultima sosta.Gardena Quella decisiva: ho detto a Davide che l’avrei aspettato qui per pranzo.
Arriva l’ombra delle nuvole a ricordarci che siamo 2.200 m. Fa freddo. Anche con la mantellina. Panino con speck e fontina. Mi pare buonissimo. Gli occhi – miei e di Davide – scintillanti. Sappiamo che stiamo per concludere qualcosa di magico. Abbiamo le pupille piene di ricordi: potresti quasi vederli.
La discesa è lunga, veloce. Tocco la mia massima (e sono una schiappa in discesa): 57/h. Prima Colfosco, il parco giochi con gli animali, dove i miei bambini hanno beato i loro occhi mentre io salivo, poi il lungo rettilineo e dunque Corvara. Siamo tornati al punto di partenza. Vien voglia di dire: rifacciamo?

PS: Il giorno dopo risalirò, non pago e memore della stupenda strada fatta in discesa, al Passo Gardena, ma dall’altro versante. Cioè, da Corvara. Salita bellissima, lunga e tosta. Consiglio vivamente. 10 km, con diversi strappi intorno al 10-12%. E’ il giorno del Sella Ronda Bike Day. Sta per piovere e far paura. Faccio appena in tempo: in vetta al Gardena cade qualche goccia. Ma è una festa: il passo è invaso da centinaia di caschi colorati e specialissime doc. Un brivido mi percorre lungo la schiena. Questa è la mia gente. Questo il mio sport. 'Fanculo il doping.
(CONTINUA)

(Foto: versosella; tornanti verso il Campolongo, da Corvara; in cima al Campolongo; in cima al Gardena)

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postato da: versosella alle ore 16:21 | link |
categorie: 1935 - 2008
giovedì, 17 luglio 2008

1935 - 2008: Roccia e lacrime.

In cima al SellaCapita di rado. Anche se ultimamente un po’ più spesso.
Non so bene perché. Di commuovermi, intendo.
E’ difficile descrivere come avviene.
Anche perché è difficile e strano che capiti proprio sopra una bicicletta. Soprattutto in salita: stai faticando, sei concentrato; spesso guardi per terra l’asfalto per non scoraggiarti di fronte alle pendenze.
Come fai a commuoverti?
Eppure, ci crediate o meno, a me capita. Eccheccazzo.
Quando scendo dal Pordoi, so che avrò poi davanti la salita più importante, più dura come pendenze (media 7,8%, massima 14%), più impegnativa mentalmente (perché viene dopo altre due salite fatte, di cui una, il Pordoi, di 10 km) dell’intero Sella Ronda.
Il passo Sella.
La discesa dal Pordoi, verso Canzei, è tortuosa. Non riesci a raggiungere grandi velocità. Ti arroti in mezzo ai boschi. Sopra i 2.000 metri, la vegetazione scompare, sotto, di colpo – come vi fosse una linea di demarcazione immaginaria, netta – ricompare. Abeti come se piovesse. Ombra. La mantellina che sbatte sul corpo come la vela di una braca. Le mani in presa bassa sul manubrio, il vento, sotto il casco, tra i capelli. Fa freddo anche quando c’è sole, in montagna, se scendi a 50/h da oltre 2.000 metri, poi, non ne parliamo. Penso a poche cose, non ne ho il tempo: seguo la mia traiettoria. L’asfalto è perfetto: discese così, noi padani, ce le scordiamo. Non ci sono insidie, tutto scorre liscio su un manto che sa di lenzuolo steso per farti dormire sonni tranquilli.
Vedo Davide, sceso davanti a me, fermo a un bivio che si sfila la mantellina: a sinistra si scende a Canazei, a destra si torna a salire. Siamo all’inizio dell’ascesa verso il passo Sella.
Improvvisa, secca, dura.
Dal rapportone, passo al 34. In un baleno. La catena sale a stento. Le gambe, rilassate in discesa, subito sono richiamate a un netto e imrpovviso sforzo. Nuova salita. L’attacco è infatti, da subito, impietoso: pendenza 10%.
Sono “solo” 5,5 km. Prima nel bosco, poi in mezzo al nulla di una pietraia lunare. Ma sono belli tosti.  L
A fianco, costante e smanioso di prendersi la scena, un crepitio fiammgeggiante di lastre rocciose e scoscese. Severe, verticali, mozzafiato. Gli scorci più belli in assoluto, quelli che mi rimarranno nel cuore, sono tutti qui. Il massiccio del Sella, salendo da Canzei, è uno spettacalo: dritto e verticale, con improvvisi crepacci e gole strettissime, piene di sabbia, detriti, sassi colati giù. Sembra una scultura appena scolpita, con i detriti del marmo lasciati a terra dallo scultore, che si sta fumando una sigaretta poco più in là, a fine lavoro. Fa paura. Ti pare possa venire giù tutto da un momento all’altro. Si impone, ti guarda, controlla chi sale su di lui e, soprattutto, come sale su di lui.
E io salgo bene. Sarà infatti la salita che farò meglio. Tempo: 20’ circa. Quasi tutta sui pedali. Mi esalto, strafaccio, sento che è il mio momento. Supero 3, 4 ciclisti in sequenza. Vedo Davide pian piano scomparire dietro di me. I tornanti sono stupendi: dentro e fuori dal bosco, fino a 2 km dalla vetta. Le pendenze sono spesso intorno al 10%, scendono, di poco, solo per rarissimi tratti. La roccia e la natura si denudano. Fine dei boschi. La pietraia incantata mi si para davanti. Altro tornante. Altro attacco. Vado via che è un piacere. Il 34 davanti, il 19-21 a scendere, dietro. Non alleggerisco di più. Ultimo tornante: supero l’amico del Pordoi, nuovo saluto, e poi, ecco. Vedo tutto. La pelle è percossa da un brivido improvviso, non mi accorgo nemmeno della pendenza (qui il tratto più ripido). Provo un’emozione indescrivibile: vedo il rifugio, esattamente quello della foto di mio nonno, proprio lui non altri, e le tre cime del Sella, là dietro, ad aspettarmi. Come si fossero fermati ad allora. Apposta per me.
Voragine in cima al Passo Sella.Guardo il cielo, stacco le mani dal manubrio. Non sono misitco, non credo in Dio, ma credo proprio che mio nonno sia là a gustarsi la scena, ridendo e sognando.
C’è poco da dire: le lacrime sotto gli occhiali da sole Areo ci sono eccome. Non posso farci niente. Piango come un bambino.
E vaffanculo.
Valeva la pena venire qui - mi dico - allenarsi un anno, scrivere, leggere, documentarsi, fare esattamente tutto quello che ho fatto, solo per questo breve, istantaneo, momento privato.
Ho redento il passato.
Ho chiuso un cerchio.
Ho saldato un debito personale con me stesso.
Ed è una bella cosa.
In cima, sgancio i pedali, aspetto l’amico del Pordoi: si complimenta per il mio allungo e mi racconta di quando vide Coppi al Giro d’Italia, sbucare da un tornante; rimase colpito dal volto nero per il grasso. Mi dice che lui questo giro lo fa almeno una volta all’anno. Bella forza: è di Bolzano.
Mi piazzo a fianco del rifugio. Un ciclista tedesco festeggia lo scalpo conquistato con una bella pinta di Forst ghiacciata. Io guardo giù: un gruppo di pecore al pascolo. Fa freddino a star fermi. Indosso la mantellina.
Credo di essermi comportato bene. Il Sella resterà per sempre una delle salite più emozionanti della mia vita.
C’è dentro un po’ di tutto per star bene a lungo: pendenza, paesaggio, affetti personali.
Chissà il nonno quanto ci mise a salire? Le lacrime, sulle ruote di una bdc sono come la sciolina sulle solette di un paio di sci:  fanno andare più veloci.
(CONTINUA)

(Foto: versosella; io in cima, l'arrivo dei ciclisti davanti al Rifugio Passo Sella; le 3 cime del Passo e la voragine sottostante)

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lunedì, 14 luglio 2008

1935 - 2008: Polvere di stelle.

In cima al Pordoi.Oggi (sabato, per chi legge) sono uscito in bici, una settimana esatta dopo il Sella Ronda. Incastonati come diamanti tra le tacchette Keo delle scarpe, frammenti di terriccio. Ho deciso di non toglierli e di non pulire le scarpe da questa polvere di stelle. Almeno finché non se ne andrà da sola, cascando un po’ qua un po’ là, lungo la mia strada.
E’ la terra del Pordoi.
E’ sabato, sono da poco passate le undici. Giunto in cima, mi piazzo sotto il cartello marrone che segnala l’altitudine del passo, pronto a essere immortalato nella più classica jpg che ogni scalatore che si rispetti annovera e conserva per tutta una vita.
Ogni passo, uno scalpo.
A bordo carreggiata, in terra c’è una leggera fanghiglia. Sento le scarpe affondarci dolcemente. La pioggia caduta i giorni prima, oppure qualche deposito d’acqua proveniente da una delle millanta cascatelle che cadono dal massiccio roccioso del Sella, ha inumidito il terreno.
Già, le cascatelle. Uno spettacolo nello spettacolo. Pedali, ti alzi fuorisella, e guardi al tuo fianco. La roccia gialla e verticale, tagliata e levigata da infiniti rivoli trasparenti. Li noti dopo un po’. Non al primo colpo. Dopo due o tre sguardi più attenti. La maggior parte si trovano tra Il Sella e il Gardena. Ma cominciano già prima: in cima al Pordoi. A 2.239 metri sul livello del mare.
Sono dieci, venti, trenta piccoli ruscelletti, come rubinetti nella roccia.
Lì il massiccio hegeliano del Sass Pordoi si staglia in tutta la sua monumentalità. Ti schiaccia, ti sbatte per terra, ti rivolta come un panno sporco.
Al suo cospetto, tu, piccolo ciclista, conti un cazzo.
Mentre ci sali, no. Sembra accoglierti. I tornanti ti accompagnano dolcemente nell’ascesa. Paiono, tanto son perfetti, disegnati nel rinascimento. Mano mano che ne fai uno, sotto ti appaiono quelli che hai fatto fino a quel punto, sopra quelli che hai da fare: sensazione difficilemnte provabile sulle “normali” salite under 2000. Vedi le moto, i camper, le auto sopra di te. E sotto di te. Sono hotwheels che rotolano avanti e indietro.
Il Pordoi sale da Arabba. Appena scesi dal Campolongo. E’ il secondo passo di giornata. Non vado in ordine cronlogico, lo sapete. Vado per impressioni. Metope sul mio personale frontone di un’esperienza che mi ha cambiato la vita. Pordoi panorama
Solo il Grand Canyon, in Arizona, nove ore di fuso orario da qui, mi ha dato e detto tanto, paesaggisticamente parlando. La roccia nell’azzurro del cielo di una giornata perfetta. Le sfumature del giallo che prima nemmeno conoscevi. Il giallo ha mille varianti, eppure un solo nome per dirle. Dicono (oddio: in realtà è una bufala) che gli eschimesi conoscano e adoperino oltre venti termini per dire “neve”. Noi ne abbiamo uno solo. Ecco, girando intorno al Sella, capisco che la parola “giallo” è relativa, generica, vuota. Quanti gialli ci sono sul Sella? C’è quello dell’ombra, c’è quello con il riflesso del ghiacciaio, c’è quello con la sabbia calcarea depositata, c’è quello con le pietre incastonate, c’è quello bagnato dalle cascate, che si scurisce.
Salgo da Arabba. Penso a quante volte ho immaginato quest’anno a questo momento. A quanti modi ho usato, persino in sogno, per figurarmi questa salita, mitica, unica, coppiana. Già, è la salita di Coppi, come ebbi modo di dire: in cima c’è la stele dedicata alle sue imprese. Quasi tutte passate di qui.
So che sono 33 tornanti. Gli anni di Cristo.
Eppure scorrono via veloci, ho quasi voglia di rallentare. A ogni curva, la mattonella, solida e squadrata, a bordo strada, con il numero e l’altitudine raggiunta. Una certezza che dà concretezza ulteriore all’impresa. Ricordo il numero 7, il numero 15 e il 28, distintamente. Non chiedetemi perché.
E poi lo spettacolo: a metà salita, al mio fianco, nemmeno troppo lontana, si staglia chiara e indelebile una sagoma familiare, perché letta su libri, vista in tv, immaginata per anni.
La Marmolada. Un enorme letto di neve e ghiaccio, leggermente incliato verso valle. La Maromolada, ragazzi. Quella del Fedaia. E’ lì, a un passo. Le Dolomiti sono tutte vicine. E’ un luna park per scalatori. Un eden per ciclisti.
Con la fatica fatta su due ruote, mosse da una catena e un pignone, e forse solo in questo modo, impari davvero a essere in armonia con la natura. Che vuol dire una cosa sola: non dar fastidio. Ella ti accoglierà a braccia più che aperte.
Tornante PordoiNon fai rumore, non sei impetuoso, eppure ci sei. E lei, la natura, ti ripaga. Sei come un animale che fa parte dell’ecosistema. Un suo figlio.
I tornanti si allargano. La vetta è vicina. La pendenza, da Arabba, non è praticamente mai scesa. Ma nemmeno mai salita. Nesuuna variazione significativa. Sempre intorno al 7%. Con una costanza disarmante. Forse solo qualche piccolo strappo al 10-12%. Ma non me ne accorgo. La sensazione che hai, scalando il Pordoi e i suoi 33 toranti, è quella dell’entelechia della salita. Il Pordoi è la salita nella sua forma perftetta. E’ come sempre vorresti che una salita fosse. Paesaggisticamente, e come tipo di difficoltà e sforzo. Regolare, lunga, costante, che si apre alla vista pian piano, fino alla vetta, mozzafiato. Lasciando chi sale, senza parole.  
Al 29° tornante, supero un  altro ciclista – lo rincontretò e lo ri-passerò sul Sella, qualche minuto più tardi: devo aspettare Davide in vetta al Pordoi, e dunque lasciarmi superare -  lo saluto. Sul volto, una smorfia di fatica. Sono 10 km di salita, il Pordoi da Arabba: si sentono.
Io però – giuro - non li sento. Sono narcotizzato, salgo autistico. Le gambe mulinano come sufi. Gli occhi sono persi nel trance Zen del paesaggio e dell’esperienza “salita”. Alterno tratti seduto, ad altri fuorisella: lo faccio – su consiglio di Cassani -  per variare i muscoli delle gambe usati e permettere all’acido lattico di venir smaltito più rapidamente. Stele Coppi
Ho il sorriso sulle labbra  e la pelle d’oca. Posso dire di essere felice. Qui, a casa mia. Dove non sono mai stato.
33° tornante. La vetta si apre in tutto il suo splendore. E’ “lo” scollinamento. L’idea platonica dello “scollinare”. L’essenza del valico. La strada spiana e si apre a un mare di biciclette, moto, turisti. Non danno fastidio, sono discreti. Lontano, da una parte, la Marmolada e la valle di Arabba. Dall’altra, la mole poderosa delle tre cime del Sella e giù, a valle, i boschi rigogliosi, verso Canazei.
Mi fermo, mi faccio scattare la foto che sempre ora rimarrà con me. Ci penso. So, a modo mio, di star facendo oggi la mia storia di ciclista. Penso a Mario, che non è potuto venire. So, perché lo so, che mio nonno se la sta ghignando. L’ha messa nel culo a tutti, lui, con questo nipote che settantrè anni dopo di lui, ha azzerato l’orologio e detto che le montagne in bicicletta sono la cosa più bella del mondo.
Le scarpette affondano, la macchina del tempo si ferma, cerco una banana – in vano - nel rifugio, indosso la mantellina e, aspettando Davide, mi preparo al Sella.
Credo proprio che la terra sulle scarpe, se non la levo con un po’ di Chante Clair, difficilmente se ne andrà.
(CONTINUA)

(Foto: versosella)

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giovedì, 10 luglio 2008

1935 - 2008: Colazioni.

Colazione prima della gara 2Che roba, ragazzi. Ancora non me ne capacito.
Ciliegia, lampone, fragola, ablicocche. Mirtilli, ribes, susine, pesche.
Le marmellate più buone del mondo.
E il pane. Altro che fette biscottate: la marmellata va spalmata sul pane. Dopo l’Alto Adige, questo è il verbo.
Di fronte alla colazione tirolese offerta dall’Hotel Bel Sit di Corvara, posto esattamente a metà strada tra Corvara e La Villa, c’è poco da fare: ci si abboffa.
Formaggi, salame, prosciutto, mortadella. Cereali, frutta secca, yogurt depositati in enormi mastelloni di legno per giganti.
Biscotti, biscottini, paste, brioches varie, succhi. E – dulcissimissimus in fundo – torte di grano saraceno. Quella con i mirtilli e i lamponi con la glassa, su tutte. Ne avrò mangiate venti fette.
Poi quella con cioccolato e marmellata. A volte, persino, la Sacher.
Non sono uno di dolci, io, eh. Intendiamoci.
La torta di grano saraceno ha tutto un altro sapore. Meno burroso, meno dolce, meno pesante. Pare fatta apposta per chi va di salato come il sottoscritto.
E, a proposito di salato, esso è essenziale per la colazione del ciclista: panini imbottiti con prosciutto e formaggio, salame e formaggio, speck e formaggio.
Unica pecca: la frutta. Niente frutta fresca.
Il pedalatore abbisogna di arance e, soprattutto, banane.
Dunque, mi sono trovato in cima al Pordoi – in attesa di Davide – a cercare una banana a 2.239 m. sul livello del mare.
Bene. E veniamo al D-Day.
La mattina del Sella Ronda, la tensione – e la decisione presa all’improvviso di farlo quel giorno, sabato, e non domenica come programmato – mi tengono un po’ a freno.
Mangio, ma con moderazione.
Poi, stretching, e parto. Il sole sulle mie gambe, caldo e gentile.
(CONTINUA)

(Foto: a cura di Mattia, figlio maggiore di versosella; il papà prima dell'impresa)

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mercoledì, 09 luglio 2008

1935 - 2008: Temporali.

MontiIn montagna il tempo lo devi prendere per come viene. Perché quando si mette al brutto, fa paura. Di brutto.
Ghiaccio dal cielo come caramelloni glassati e rombo di tuoni come palle da biliardo che rotolano lungo le pareti delle valli.
Fa paura il temporale in montagna. Non è come altrove. E’ come uno stregone maledetto che scende a valle con la sua coperta nera e se ti trova sono cazzi tuoi.
Il vento è cattivo, l’acqua è fredda, l’aria è aguzza.
Le montagne scompaiono dietro la coltre nera. Darth Vader brandisce la sua spada laser.
Il respiro del vento si nutre strada facendo. La grandine si inasprisce e giganteggia.
I rami si piegano, le valli si nascondono.
Di colpo, il giorno si fa notte. L’estate, inverno.
Impietoso bollettino meteo per domenica 6 luglio, emesso dalla regione Alto Adige:
Temporali diffusi, anche di forte intensità, su tutte le zone montuose; fenomeni in via di intensificazione con il passare delle ore.
Venerdì 4 luglio.
Ore 21:30.
Davanti a pinta di birra in quel di Corvara, insieme al fidato Davide da Bergamo, nasce la pazza, ma salvifica, idea: farlo sabato. A strade aperte al traffico. Chissenefrega.
‘Fanculo i temporali in montangna.
(CONTINUA)

(Foto: versosella; il Sassolungo prima del diluvio, domenica mattina)

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martedì, 08 luglio 2008

1935 - 2008.

Passo Sella, 1936Settantatré anni dopo. Dunque, che dirivi? Tutto.
Tutto? Sì, tutto. Tuttissimo.
Ma per farlo userò delle metope. Come quelle dei frontoni di un palazzo. Degli affreschi, dnque, delle sensazioni che ho provato e delle cose che ho visto o sentito e che più mi hanno colpito.
Non ci sono altri modi per cercare di trasemttervi tutto quello che questa esperienza – il giro dei 4 Passi del Gruppo del Sella - pensata, "avvicinata", preparata per un anno, ha trasmesso a me. Dunque, sensazioni, stati d’animo, impressioni, cose raccolte, pensate, provate lungo la strada; prima, dopo, durante, di notte, di giorno, in ogni momento. Piccole stille di memoria involontaria (quella che secondo Proust è la più difficile da ridestare e che se non “salvata” subito, cade definitivamente nell’oblio) di un’esperienza che altrimenti andrebbe perduta. Lo faccio dunque innanzitutto per me (e forse per mio nonno, che compì la stessa impresa settantatrè anni orsono).
C’ho pensato e ho deciso che non ha senso farvi la cronaca o il semplice resoncoto del mio primo Sella Ronda, preparato per un anno intero. Sì, lo so lo so: anche quelli volete saperli e ve li do. Ve li do subito. Ecco qui:
60 km, 2000 m di dilsivello (ca), tempo (effettivo): 3 ore ca.
Contenti?
Ora tutto il resto. E che resto.
(CONTINUA)
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giovedì, 03 luglio 2008

AVVICINAMENTI: -3.

sellarondabikeday_cartina_2008Il 3 è un numero che mi è sempre piaciuto. Quando mancano 3 giorni a una cosa cui tengo, mi sembra che tutto cambi: i tempi dell'attesa, la gioia, l'eccitazione. Qualcosa di magico e di kabalistico.
Dunque siamo a meno 3 dall'impresa per cui è nato questo blog a novembre 2007: il giro dei 4 passi del gruppo del Sella. Non mi sembra vero, ma è così. E domenica sarà il giorno del lancio.
Saremo in 2: io e Davide, compagno di ventura per l'occasione. Mario attende il secondo figlio: a proposito, socio, è nato? Domani è il termine, vero?
Oggi quindi ultima rifinitura, chilometraggio più basso, per non appesantire: 60 km neanche e 1.000 di dislivello. Sempre sul Garda. Prima una salita di 13 km, con 800 di dislivello, poi una di 3 con 200 neanche. Gambe toniche. Dopo 13 km di salita, ne avevo ancora ed eravamo - gli ultimi 2 km - al 10%. Sento un cambiamento netto. La muscolatura delle gambe è cambiata. Il fiato pure. L'unica piccola tragedia è l'abbronzatura del ciclista. Ma questo merita un post a parte, cui mi dedicherò dopo il Sella Ronda.
State in gruppo, un po' di tensione la sento, è giusto, ci vuole, dunque, state con me. Domani parto per Corvara in Badia.

Distanza totale percorsa: 60 km ca.
Dislivello: 1.000m.
Km totali salita: 16

postato da: versosella alle ore 13:55 | link |
categorie: avvicinamenti
lunedì, 30 giugno 2008

VITA: Aggiornamentei volanti.

strada per RasoneCiao, lo so, lo so ( lo spero): qualcuno smania dalla voglia di sapere cosa ha fatto nel weekend il vostro. Bene, niente. O, meglio, un matrimonio in quel della caliente Fiesole dove ho sudato come nemmeno in occasione dei 3 Navazzi in ripetuta.Giuro.
Mi sono rifatto oggi, sul Garda: 100 km, 2.000 m di dislivello. Mica male, eh?
Salita di 12 km, tra le altre, con tratto finale costantemente al 10% con punte al 14%. In mezzo al bosco. Gargano - Altopiano di Rasone. Più di 800 m di dsl. E poi tralascio le ripetute autistiche e compulsive...
-6. Ci siamo. Ancora una piccola rifinitura. E ci siamo.

Distanza totale percorsa: 100 km
Dislivello: 2.000 m.
Km complessivi di salita: 34

(foto: versosella; salita per Rasone)

 

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categorie: vita
giovedì, 26 giugno 2008

AVVICINAMENTI: In partenza.

Ci siamo. Mancano ancora 10 giorni, per la precisione. Ma ci siamo. Nel senso che sono in partenza. E che nei prossimi dieci giorni avrò meno tempo per aggiornare il blog.
Ho appena fatto una visita medica: pulsazioni - a riposo - al minuto, 58. Significa che lo stato di forma è più che buono. Mi sento pronto all'impresa, manca qualche piccolo ritocco. La cosidetta rifinitura. Farò ancora 2 uscite dedicate prevalentemente alla salita sul Garda, da qui a domenica 6 luglio. Sarò sulle mie salite: ho in mente di fare 13-15 km, il primo tratto, il Navazzo, al 6% di media, il secondo, fino all'altopiano di Rasone (950 m slm)  più duro, con punte al 12-14%, seguendo il consiglio di Nicko 67.
Insomma, ormai siamo vicini al momento. Il Sella Ronda. Non so ancora bene come affrontarlo, di testa, più che di gambe, ma sento che la condizione è buona. Mi sento in forma e credo di aver fatto bene in questi mesi.
I prossimi giorni, se risco, darò qualche aggiornamento sulle uscite.
Nel frattempo, godetevi il filmato lassopra (che si riferisce all'edizione dell'anno scorso)  e poi ditemi che non vi viene voglia di venire con me il 6 luglio.
Baci e state, sempre, in gruppo.

postato da: versosella alle ore 13:15 | link |
categorie: vita, avvicinamenti
martedì, 24 giugno 2008

AVVICINAMENTI: -2 settimane (ed è 20%).

Tra Serniga e San Michele (Salò - BS).Ebbene sì. Ho provato la fatidica, famigerata, inumana pendenza del 20%. Ed' è un'esperienza. Credetemi. I punti di riferimento si annullano, la percezione dello spazio (e dello sforzo) cambiano e, in più, entra in gioco un'altra componente che mai avrei pensato di dover considerare in bicicletta: l'equilibrio. Eh già, al 20%, se non ti alzi sui pedali, ti ribalti. E' semplice. Se stai seduto, tendi a tirare con le braccia il manubrio verso di te, e, a pendenze inumane, messneriane oserei dire, la ruota anteriore si alza da terra. E tu, invece, a terra ci finisci sicuro. Elementare legge dei gravi.
Ah, tranquilli: il tratto al 20% (che vedete anche in foto in questo post) era lungo 50 metri neanche. E non era nemmeno parte reale della salita che stavo affrontando. Ma l'occhio del grimpeur è attento ai cartelli che vede. Così, in cima alla vetta, in quel di Zuino, Lago di Garda, sponda bresciana, sulla mia sinistra ho visto una piccola stradina che raggiungeva la vetta evitando l'ultimo tornante. Il cartello diceva chiaro: "pendenza 20%". Così, mi son detto: ora o mai più! A Zuino, pendenze del 20%.
A metà, ingranato il 34X23, ho capito che, o sollevavo i pedali, con il movimento detto "a ciabatta" (cioè quello che non si limita a spingere il pedale, ma anche a sollevarlo con forza), o sarei fantozzianamente rotolato a valle. Ho optato per la prima: spinto e ciabattato, ciabattato e spinto e, porca boia maledetta, l'erta l'ho conquistata. La soddisfazione è magna. Si entra in uno stato di trance, mentre si sale e dopo.  
E' come se l'attrito, le regole basiche della gravità venissero per un attimo sospese. Messe tra parentesi. Sei tu, in una bolla di sapone, che sali per miracolo su strade che in auto faresti in prima, acceleratore a tavoletta o quasi. Non puoi fermarti perché altrimenti cadi, non puoi sederti perché altrimenti cadi, non puoi limitarti a spingere i pedali, perché altrimenti cadi. Cadi sempre, qualunque errore tu compia. Sei tui che allunghi la bicicletta. Ed è una sensazione da provare.
Ragazzi, fatelo. E' come scopare con la salita.
Bene, torniamo a noi. Weekend lungo, sul Garda: base di partenza Gargnano (BS), a pochi chilometri da Salò. So che ho ancora poche occasioni per fare salita prima del fatidico Sella Ronda Bike Day di domenica 6 luglio.  Dunque, 2 uscite (una lunga, venerdì: 90 km, 1.700 m. di dsl.; una corta, domenica: 60 km., 800 m. di dsl.). Mica male, no?
la prima uscita è autistica e compulsiva: ripeto 3 volte la salita che porta da Gargnano a Navazzo (7,5 km, pendenza media del 5,5%, massima del 9%: salita quindi pedalabile, ma abbastanza lunga e, se ripetuta, ideale per fare fondo in salita, ciò di cui abbisogno ora), più 2 volte la salita da Bogliaco a Zuino (corta: 2,7 km, pendenza media 8%, massima rilevabile, nel tratto finale, il famoso 20%, che però faccio una volta sola; pazzo sì ma anche con voglia di vivere ancora qualche anno), Più, ovviamente, una ventina di km di riscaldamento lungo la SS. 45 Bis, Gardesana, da Gargnano a Toscolano Maderno e ritorno.
E' venerdì mattina presto ma non prestissimo (sono le 9), non c'è il traffico dei vacanzieri e si va via lisci lungo il Garda. Begli gli scorci, la giornata è finalmente splendida. Non una nuvola. Il caldo però sarà torrido: alle 9:15 ci sono già 29°. Sti cazzi.
La prima salita da Gargnano a Navazzo (che fu anche la prima asperità della GF dei 3 laghi), la affronto, memore di quell'impresa, con il 50. Tutta. Senza mai salire - dietro - oltre 21-23. Non male. Stabilisco il mio personale record di ascesa a Navazzo: 26':38". Vado su bene, supero diversi ciclisti più attempati. L'ultimo tratto, quello con lo strappetto al 9% tuttavia mi costa fatica. Arrivo alla fontanella del paese stanco e fradicio. Ci puccio dentro la testa e bevo. Discesa, presa bassa, buona velocità. Sto acquistando sicurezza anche in questa disciplina nella disciplina. Ovviamente, niente mantellina. Fa un caldo porco. Sono ormai le 10:30 passate. A Gargnano faccio dietrofront e risalgo subito. Questa volta un po' più agile: 34X19 e un po' più piano. Ritmo regolare con buona cadenza di pedalata. Arrivo bene, senza sforzo, in cima. Il tratto al 9%, affrontato senza strafare,  va giù meglio. Ho ingranato, le gambe si sono "aperte", il fiato si è "rotto": la salita abbisogna salita. Fontanella, pucciatina, bevutona. Riscendo. Presa bassa, of course. A Gargnano, nuovo - folle - dietrofront: ripeto per la terza volta consecutiva questi 7,5 km di salita. Alleggerisco ancora: 34x21 stavolta. Nel tratto al 9% finale inserisco addirittura il 23 dietro. Sono semi-stremato. Però ce l'ho fatta: ho ripetutto il Navazzo 3 volte. Record.
Dunque, sono le 11:30, credo, ci sono più di 30° e la salita era quasi tutta esposta al sole. Fate voi. Fontanella, pucciatina (stavolta quasi ci entro tutto), bevuta multipla di acqua e sali. E, stavolta, anche caffè (nero bollente, ovvio) al bar del paese. Non ho fame, ma decido di mangiare lo stesso: liquidi e calorie consumate non si contano. Crostatina Mulino Falso (il tarocco del Bianco, direi Fidel Esselunga, ma non ne sono sicuro) e ultima picchiata in discesa. Comincio a prenderci gusto e arrivato a Gargnano mi sfiora l'idea folle di ripetere il Navazzo una quarta, tragica volta. Mi dico di no: è quasi mezzodì e adesso mi aspetta, come da tabella di marcia, lo Zuino. Trattasi di stradina stretta senza sbocco che coduce da Bogliaco, frazioncina di Gargnano, all'omonimo paese: 300 m. di dsl su per giù. Sono nemmeno 3 km, ma presentano diversi tratti impegnativi. Salita dunque opposta al Navazzo: corta, ma a strappi intorno al 10%. la pendenza media, come detto, si aggira intorno al 7%, eccettuando il breve pezzo al 20%, ma sale tragicamente se si fa anche quest'ultimo. La prima volta lo faccio. Ishmael 20%Come detto. La seconda, invece, la prendo larga e faccio il tornante che mi porta in vetta - dove finisce la strada, senza sbocco - alla sommità di Zuino, 350 m. slm. Scendo stravolto, in stato vegetativo. Eppure le gambe girano: la follia potrebbe portarmi a fare una sesta salita. Ma il cervello ha il sopravvento. Grazie e Dio.
Domenica, uscita diversa. Corta: sabato ho un po' risentito dell'impresa ossessivo-compulsiva del giorno prima, il caldo fa il resto. Farò dunque una sessantina di km, con molta pianura e meno salite. Un due ore e mezza, a buon ritmo. Da Gragnano mi dirigo verso Salò (16 km) dove volto a destra per Serniga - San Michele. Salita tostarella: 5 km, media al 7%, massima al 14%. Il tratto al 14%, per fortuna, è all'inizio. Vado via bene, ma sono stanco. Arrivo su un po' cotto. Mi fermo, bevo, mi faccio fare da un tedesco in mtb, sgusciato da un sentiero chissà dove, la foto che vedete in cima al post (bella, no? La darò alla mia mamma). Scendo, asfalto dissestato, pieno di buche e di terra per la pioggia caduta a catinelle tutto il mese. Vado piano. Niente presa bassa, i tornanti sono stretti e ravvicinati. a Salò, torno indietro per Gargnano. Arrivato a Bogliaco, 2 km prima di Gargnano, mi sparo un ultimo Zuino. Quasi tutto sui pedali. Vado via bene, a 15/h anche nei tratti al 10%. Il sudore cola sul manubrio, penso a Pantani (del quale sto rimirando per l'ennesima volta le gesta - ogni volta più belle e più epiche, forse ineguagliabili - dai DVD "Tutto Pantani - Una vita in Salita" della Gazzetta, cosiglio vivamente). In cima, bevo e mi precipito giù in spiaggia dai miei bambini. Faccio tuffare Fabio e bacio Mattia. Mia moglie mi compatisce sarcastica.
State in gruppo che - ad oggi - mancano esattamente 13 gg al SRBD...

Numero uscite: 2
Distanza totale percorsa: 150 km ca.
Dislivello totale superato: 2.500 m.
Dove: nell'entroterra del lago di Garda, tra Gargano e Salò (BS).

(Foto: versosella)

postato da: versosella alle ore 10:34 | link |
categorie: avvicinamenti
mercoledì, 18 giugno 2008

VITA: Prendete il caffè.

caffenerobollenteCaffè Nero Bollente! Caffè Nero Bollente! Caffè Nero Bollente! 
Mandate a memoria queste 3 parole perché da qui in avanti saranno le più importanti che leggerete su questo blog. 
Eh sì, sì. Nasce la Caffè Nero Bollente. La squadra che metterà in ginocchio la Liquigas di Ivan Basso. Il manipolo di eroi che rivoluzioneranno il 39X27 e il 50X13 ok, a chiudere.
Davide Cassani e Auro Bulbarelli sono avvisati.
Primo raduno ufficiale: un weekend di settembre. Pensioncina in quel di Mazzo di Valtellina (Sondrio). Il luogo vi dice qualcosa? 
Pensateci bene, prendete fiato.
Sì, la prima uscita ufficiale della Caffè Nero Bollente sarà il Mortirolo.
Squilli di trombe, suono di fanfare.
Oggi Mario e il sottoscritto, sotto un sole che Dio lo mandava - il primo, il più bello, il più eletrizzante dell'anno - hanno stilato il calendario- folle, da ricovero, ma bellissimo, scusate - per la stagione 2008-2009 (per ora pubblico solo la prima parte: l'autunno-inverno, perché la primavera-estate richiede un'ulteriore dose di fiato). Quello del dopo-Sella (già, sarà anche da cominciare a pensare come chiamare questo blog dopo il 6 luglio, "VersoSella" non andrà più bene: suggerimenti?).
Le danze si apriranno - come già detto - con la GF Colnago, 7 settembre , Piacenza. Proseguiranno con la GF delle 5 Terre, 21 settembre, Deiva Marina (La Spezia). In mezzo, la follia. Il sogno che ogni scalatore puro sogna tutta una vita.
Noi non lo vogliamo fare a settant'anni.
Noi lo vogliamo fare ora.
Il Mortirolo.
E vogliamo farlo in grande. Raduno auto-organizzato in pensioncina - dicevo - , cena tipica, a base di pizzoccheri e polenta tarragna, vino e dolci locali. Nanna presto. Sveglia all'alba, dopo notte sicuramente insonne. Colazione. Partenza. Riscaldamento, e decollo. Si parte da Milano sabato pomeriggio. Si ritorna esattamente ventiquattr'ore dopo. Le mogli riceveranno, a guisa di perdono, una confezione formato famiglia di Zalett Galbusera, direttamente dallo spaccio omonimo di Morbegno.
Chi vuole partecipare, può farlo telefonando alla segreteria della CNB, attualmente non ancora attiva, ma già autocostituitasi, dal lunedì al venerdì, oppure scrivere una mail al sottoscritto. La CNB comunica, tra l'altro, che la partecipazione alla manifestazione costituisce anche atto immediato e irreversibile di iscrizione alla stessa. Chi fa il Mortirolo diventa un membro ufficiale della Caffé Nero Bollente Corse. Astenersi perditempo e quaqquaraquà.
Intanto, oggi: 50 km, velocità smodata (con tanto di moschino ingoiato di netto dal sottoscritto), Naviglio Grande. Grande forma, grande entusiasmo, grande voglia di spaccare il mondo.
-16 gg al mio Primo Sella Ronda.
State in gruppo (e prendete il caffè).

Distanza totale percorsa: 50 km
Tempo: 01:30' ca.
Dove: ciclabile Naviglio Grande, Milano centro - Abbiategrasso - Milano.

(Nell'immagine: divisa ufficiale CNB, prime prove)

postato da: versosella alle ore 15:04 | link |
categorie: vita
domenica, 15 giugno 2008

LE MIE VIE: Lissolo di chitarra.

NebraskaSe c’è un artista che ha parlato per anni della Brianza (senza rendersene conto e probabilmente, averla mai vista), questi è Bruce Springsteen.
Avvertenza: mentre scrivo questo pezzo – domenica – me ne sto seduto in casa pigiamato e stremato a causa di una  fastidiosa, quanto potentissima tracheo-tonsill-faring-laring-di gran macalzon’-ite del cazzo. 39,5° di febbre, se può interessare. Può darsi, dunque, anzi è certo, che dica delle enormi cazzate.
Già, Bruce Springsteen ha decantato la Brianza in lungo e in largo per anni. Bisognerebbe dirglielo. Dalle highways Vallassina e Briantea, alle ghostown Usmate Velate e Calolziocorte, dai Centri Commerciali, i Bowling e i Drive-in di Arcore e Villa Santa, al laghi salati di Annone, Pusiano e Garlate (che salati non sono, ma va bene lo stesso: scusate, sto delirando).
Senza saperlo, Springsteen ha dedicato un pezzo alla Bevera e uno al Lissolo. Ha amato le vecchie fabbriche dismesse e i distributori di benzina tra Monza e Vimercate. E si è fatto bagni notturni nel lago di Annone con la sua bella. Insomma, in Brianza Springsteen c'è stato.
Spiegazione del delirio: sono qui in pigiama, disarcionato dalla bici e dalla Caffè Nero Bollente (che cresce, eccome se cresce), e mi sono dato alla visione in loop di “Tutto Pantani” della Gazzetta e, soprattutto, all’ascolto di vecchi, gracchianti, vinili. Rigorosamente di Springsteen.
In particolare, mi sono messo a pensare, ce n’è uno che credo proprio sia stato scritto in quello stato mentale che è la Brianza. Lo sto ascoltando ora, mentre scrivo. Nebraska, del 1982 (lassopra, la copertina).
Che cos’è la Brianza se non il nostro Nebraska? Un posto inutile, eppure straordiariamente lirico. Un posto di banale e ordinaria provincia, eppure ricco di storie da film, fatte di fughe lungo l’asfalto che hanno la forza di un sogno. Un’unica enorme Thunderoad.
Già, Nebraska è stato scritto per chi sa cos’è quello stato mentale fatto di capannoni abbandonati, vecchie strade fantasma che si interrompono nel nulla, falsopiani interminabili che passano attraverso la provincia delle metropoli, le Badlands di Milano. Là dove c’è darkness on the edge of town. Dove un vecchio cinema multisala o un centro commericale lungo la highway fanno America. Dove un cane investito sull’asfalto ti fa improvvisamente pensare alla vita e alla morte. Là dove una pattuglia di highway patrolmen ti può fermare, mentre stai scappando dai tuoi incubi, quando meno te l’aspetti. Là dove la gente vive di poche certezze ma a fine giornata trova sempre una ragione per credere. Là tra Casatenovo e Monticello, l’armonica a bocca di Springsteen raglia nel nulla della nebbia. La Brianza, dovreste vederla per amarla. Il suo nulla è poetico. Il suo essere ontologicamente “provincia” la fa il nostro New Jersey. Meglio: il nostro Nebraska. Un luogo magico, stradaiolo, così fottutamente di provincia da scriverci delle storie. Come quelle di Johnny e Mary Lou, o Sandy, fatte di strade, di vite di provincia e di praterie abbandonate. Di voglia d’evasione e di fughe epiche.
Silenzio: ora parte Johnny 99, la quarta traccia di Nebraska, la mia preferita.
Cresciuto tra auto scassate e wisky di pessima qualità. Un colpo di pistola dopo aver passato la giornata a cercare lavoro in vano. La polizia che lo bracca. La vita che si chiude con una condanna a 98 più 1 anni di carcere. Ordinaria cronaca nera dalla provincia di Lecco.
In Brianza le famiglie vanno ancora a messa. Le vedo io la domenica mattina quando passo davanti alla chiesetta di Casatenovo, o a quella di Sirtori, di fronte al cimitero. Vestiti per la festa, procedono in gruppo, silenti, tra vecchie auto abbandonate nei campi e un gregge di pecore al pascolo. Noi ciclisti siamo i moderni motociclisti, quelli di cui canta Springsteen. Quelli che lo Zen e l’arte della manutenzione della bici-cletta. Noi siamo i moderni flaneur di Benjamin, gli angeli che volano e osservano cogliendo con l’occhio schegge impazzite di provincia. Noi ciclisti siamo i custodi di questo Nebraska nostrano. La Brianza.
Solo noi sappiamo davvero cosa vuol dire andare in Brianza. Solo noi sappiamo che quando Springsteen scrive There’s place out on the edge of town sir rising above the factories and the fields now ever since I was a child I can remember that mansion on the hill, in realtà sta parlando della casa in cima al Lissolo, delle fabbriche abbanonate e dei campi lì intorno, tra Rovagnate e Barzanò. Quella è la Mansion on the hill. La casa sulla collina.
A proposito di Brianza, notizia dell’ultim’ora: Mario ha scollinato poc'anzi il Colle (Brianza) sotto un diluvio universale, che l’ha poi accompagnato con amore fino al rientro a Milano. 110 km, sott’acqua. Eroico.

(17/6/08: come avrete notato, ho apportato un piccolo, ma necessario, ritocco in photoshop all'immagine: ora è tutta un'altra cosa)


postato da: versosella alle ore 16:02 | link |
categorie: le mie vie
mercoledì, 11 giugno 2008

AVVICINAMENTI: -25 gg.

img1Mancano 25 volte ventiquattr'ore. Qualcosa meno, dato che a quest'ora conto di aver già scollinato almeno il Campolongo, al mio primo Sella Ronda. Bene, mi sono messo nella rete a cercare racconti, testimonianze, esperienze di chi ha già fatto il Giro dei 4 passi in bicicletta almeno una volta nella vita. Fra le tante, ne ho trovata una particolarmente interessante, anche se fatta in MTB e non in bdc (e questa, a mio modesto parere, è una grave pecca). Interessante intanto perché i dati non combaciano con quelli in mio possesso: pare cioè che il dislivello complessivo sia di ben 2.000 m. e non 1.800 e i chilometri del giro completo (escludendo quelli di riscaldamento che sicuramente farò prima) sono 65, non 55. Insomma il tutto diventa ben più gustoso. 2.000 m. di dislivello non sono pochi. Non li ho mai fatti. Il mio record attuale, che è quello della GF 3 laghi, è di 1.800 ed era ben distribuito su un totale di quasi 140 km. Qui non c'è invece pianura. Nemmeno per un centinaio di metri. Si sale e si scende di continuo. Solo emozioni forti. Insomma, è roba da duri.
Ma bando alle ciance. Sentiamo cosa dice chi ha l'ha fatto:

Qualunque cicloamatore, almeno una volta nella vita, sogna di fare il mitico "Giro dei Quattro Passi", altrimenti detto "Sella Ronda" in quanto prevede appunto la circumnavigazione dell'intero gruppo del Sella. L'itinerario si svolge su quelle stesse strade (ottime e perfettamente tenute) che vediamo in TV in occasione del Giro d'Italia, e che risultano sovente determinanti ai fini della classifica generale. A dire il vero, nessuno dei quattro passi raggiunge pendenze "impossibili": atlante automobilistico del Touring alla mano, si evince che normalmente si è fra il 7% e il 12%, e solo in un tratto verso il Passo Sella si supera il 12%. A spaventare è piuttosto la continuità dell'impegno richiesto, dato che, nei circa 65 chilometri del giro completo, i tratti di pianura sono pressoché assenti; ma soprattutto annichilisce il dislivello totale, superiore a 2000 metri! Tale cifra, almeno nelle scorse estati, aveva sempre cancellato in me ogni proposito bellicoso... Nel mio curriculum erano già compresi Sella (una volta) e Pordoi (due volte), ma senza il coraggio di "scollinare" dalla parte opposta. In questo magico 2005 sentivo che era arrivato il momento buono per osare: magari con calma, magari mettendoci tutta la giornata o almeno buona parte di essa, però era il caso di tentare l'impresa. E di farlo evitando l'alta stagione, quando, a causa del numero pazzesco di automobili e pullman, si corrono seri rischi di finire travolti! Sono dunque le otto di mattina del 20 luglio quando, a Canazei, tiro fuori la bici dal bagagliaio della macchina e mi preparo per partire. Poco dopo, mi parcheggia accanto la macchina di un 'collega'. E' un signore che ha qualche annetto più di me, dal carattere molto vivace ed estroverso. Subito mi chiede: "Fai i quattro passi?". "Sì, almeno ci provo... E lei?". Mi risponde testualmente: "«Lei» è mia moglie: diamoci del tu!". Mi adeguo volentieri, e scambiamo qualche battuta. Gli dico che farò il giro cominciando dal Sella in modo da affrontare in discesa il tratto fra questo e il Gardena, che presenta - almeno a mia memoria... automobilistica - qualche tratto un po' ripido che sarebbe sgradevole fare in su, per giunta al termine della faticaccia. In realtà, come vedremo, anche il Pordoi dalla parte di Arabba è tutt'altro che uno scherzo! Il mio interlocutore mi dice allora che farà anche lui il giro nello stesso senso. Lo saluto e parto, manifestandogli la mia intenzione di andare piano e, di conseguenza, la certezza che mi avrebbe raggiunto di lì a poco. Il cielo sereno e il freddo pungente (il termometro lungo la strada segna appena 7°!) annunciano che quella di oggi sarà una giornata molto bella, però mi rendo conto che, almeno all'inizio, devo restare ben coperto. La strada, fuori Canazei, subito sale con decisione. Le energie in corpo, oltre al desiderio di riscaldarmi, facilmente mi porterebbero a strafare, ma capisco che è bene star calmo e ponderare la globalità del tracciato, scegliendo un passo giusto e costante da mantenere anche in seguito. Fatti alcuni tornanti non sento già più il freddo, per cui provvedo a togliermi la giacca della tuta. E dopo non molto, scorgo alle mie spalle il 'collega', anche lui in mountain bike. Come prevedevo mi ha raggiunto, ma, ecco la sorpresa, solo per proseguire il giro insieme con me! Saliamo dunque in compagnia i tornanti del Sella. Ho l'impressione che il mio compagno potrebbe staccarmi in qualunque momento, ma preferisce mantenersi a ruota, dicendosi addirittura fortunato di aver trovato un partner con un ritmo regolare come il mio
. (CONTINUA QUI)

(Fonte: Il sito di Francesco Fabbri)

postato da: versosella alle ore 09:37 | link |
categorie: avvicinamenti
lunedì, 09 giugno 2008

VITA: Tra Sms e Sfr.

NIcko 67 and I.Con Mario si vuol mettere su una squadra. Già, già. Avete capito bene.
È un’idea pazza, ma neanche tanto se ci pensate bene, che ci gira per la testa da un po’.
Il nome c’è già: Caffènerobollente (sul perché “Caffenerobollente”, leggere qui). A settembre maglietta e divise ufficiali.
Bene, ieri le prime prove in quel della Brianza. Gli invitati, tutti rigorosamente tenuti all’oscuro del progetto: nessuno sa che presto farà irrevocabilmente parte di una squadra.
Ricordi involontari affiorano alla mente come in una madlenette proustiana, così, all’improvviso.
Io che, a 9 anni, passo il sabato al telefono – per la felicità di mamma e papà che a fine mese ricevono bollette SIP inumane – per organizzare partitoni di calcio al parco di Trenno. Chiamo tutti, segno nomi e i ruoli, concitatamente, su un foglietto di carta con il pennarello che lascia sbavature dappertutto, anche sui muri e sulle mani.
Il Pitt fa lo stopper, il Fabio e il Mauro centromediani metodisti, Davide in cabina di regia, Nico – Maradona-  Michienzi libero con compito di arrertrare, io di punta, con il Simone del 102, mezzapunta. I cazzi sono del portiere: chi lo fa? E giù a telefonare a questo e quest’altro, implorandoli.
Dieci anni dopo. Stesso film, stesse conversazioni, stesse bollete del telefono, diverso scopo. In una saletta prove scalcinata, di un fottuto seminterrato dell’hinterland milanese, zona Precotto, nascono, clandestini, durante una bigiata a scuola, gli Aleph (poi furono Traccia). La mia prima (e ad oggi unica) rock band. Questa la line-up: Il Fiaschi alla batteria, Stefano e Dario alle chitarre, Tommy bass player, Il Pitt (sì, proprio lui: lo stopper di dieci anni prima) alle tastiere, io, ovviamente led vocals. Springsteen come se piovesse a pranzo, colazione e cena. The Commitments il film da vedere e mandare a memoria.
E veniamo a oggi. Sempre incredibilmente stesso film, stesse sensazioni, stessa concitazione autistica telefonica. Anzi, farei meglio a dire, stessa concitazione essemmessonica. Un venerdì e un sabato passati a mandarsi messaggini come innamorati clandestini (per i nuovi arrivati, rimando alla voce: “La moglie del ciclista”), a consultare previsioni meteo – sempre tragiche (quando cazzo la finirai, eh, Giove fottutissimo Pluvio, di romperci i maroni a noialtri ciclisti?) – sul web, per organizzare la mega-uscitona della domenica. Il tutto, cercando di mettere in piedi la squadra. Soltanto il vostro e Mario.
5 gli alfieri al momento: Io e Mario, ovviamente, poi Nicko 67, Salva, Il Pedro. Appuntamenti cadenzati via T9: “Domani 8 Feltrinelli Baires, mantellina x rischio pioggia”. “Salva, domani 8:15, Sesto, incrocio V.le Monza – V.le Italia, si esce cmq!!” “Mario, domani Lissolo + Monticello in sfr con rapportone”.
Domenica, ore 07:30. Piove che Dio la stramanda. Cazzo.
Il cellulare appena acceso emette SMS a ripetizione come i rutti di un vulcano: “Cazzo piove, non esco”, “Acqua di m. Che si fa?”; “Piove, che famo? Sett prox?”.
Chi se ne fotte, penso. Io esco lo stesso. La Caffenerobollente non ancora nata, non può fermarsi davanti alle prime gocce di pioggia.
Si resta in 3: Io, Il Pedro, e Nicko 67. Mai trio fu più inedito.
Salva si ferma. E Mario, socio fondatore e membro onorario della Cafferenerobollente insieme al sottoscritto? Assente giustificato: bronchite con antibiotici e GF Damiano Cunego saltata di netto.
Esco e mi incontro con il Pedro al primo stop, in Buenos Aries. Breve consulto: ha smesso di piovere, si va. Nicko 67 ci aspetta al concessionario Yamaha di Cologno Monzese. Secondo stop.
E via che si riparte. Direzione: Brianza. La cara, vecchia, protettrice delle ondulazioni.
Il Pedro va in bdc da un mese neanche. Gli tireremo il collo: 85 km su e giù per i ridenti colli brianzoli non è esattamente il massimo per un novellino. I casi sono due: al risveglio, stamane, Il Pedro mi maledirà, oppure sarà l’inizio di un nuovo pericoloso virus. Contagiato.
Non so cosa sia meglio.
Eppure il novellino della futura Caffenerobollente ci dà dentro. Macina i chilometri di salita da Casatenovo a Monticello con regolarità. Ovviamente lo perdiamo presto. In cima arriva stravolto. Nicko – Piepoli - 67, il Trullo Volante della Brianza lo rincuora: la prima volta il Monticello io la feci in 3 tappe, sei stato bravo!
E giù che si riparte. Si sale per Sirtori, al primo bivio dopo la rotonda per Lecco. 3 strappi per rompere gambe e fiato… e anche il povero Pedro. Che scollina stremato, a pezzi. Ma felice. E giù, in picchiata per Perego. I primi tornanti in discesa del Pedro: prima la paura di cadere, poi la felicità bambinesca, di colui che scopre per la prima volta quanto è bella la discesa in bicicletta. A Perego ci si divide: il Pedro risale per Sirotri – più facile e pedalabile – noi si sale per il consueto Lissolo, il Mortirolo de’ noantri. Appuntamento al bar.
Nicko 67 e il Sottoscritto partono per un’azione solitaria. Io ho la Bruna (Ishmael mi aspetta al mare). Monto quindi una tripla davanti e un pacco pignoni da 9 velocità: il più agile il 23. Bene, udite udite: salgo il Lissolo da Perego, con le sue punte al 17%, con un 39x21-23. Mica paglia.
E vado su bene. In cima, Il Piepoli di Cologno Monzese mi fa i complimenti. Si riscende. Si risale il Lissolo, stavolta da Sirtori. 1 km, poco più, con punte al 14%. Proposta folle del Trullo volante: saliamo con il rapportone in un estenuante esercizio di forza- resistenza (le famigerate SFR: Salite Forza Resistenza). I polpacci diventano colonne cretesi, le cosce capitelli corinzi. Una mattanza. Ma ce la faccio. Nicko 67, in vetta, mi dà una calorosa pacca sulle spalle: vedi che si può fare?
Yes, we can.
Ora tocca recuperare il povero Pedro che non ce l’ha, più che sacrosantamente, fatta.
Il Pedro si è inchiodato alla prima rampa ed è tornato indietro, maledicendoci in bulgaro e serbocroato.
Caffè al bar di Sirtori (l’unico aperto), riempitura di borracce, crostatina del Mulino Bianco, a via.
In picchiata per Casatenovo – Villasanta – Sesto – Milano.Chiacchiere, risate, sensazione di bella uscita. Saluti da tre pazzi sprizzanti Biranza da tutti i pori. Senza nemmeno una goccia di pioggia presa.
La Caffenerobollente è nata. Solo che i suoi membri non lo sanno ancora.

Distanza totale percorsa: 85 km.
Dove: Milano - Sesto S.Giovanni - Villasanta - Casatenovo - Monticello Brianza - Sirtori -Perego - Lissolo (e ritorno).
Salite (con esercizio di forza-resistenza): Sirtori, Lissolo (da Perego), Tetto Brianzolo (da Sirtori).

(Nella foto, a cura di Pedro, Io e Nicko 67 dopo il Tetto Brianzolo fatto con il rapportone)
postato da: versosella alle ore 12:04 | link |
categorie: vita
venerdì, 06 giugno 2008

AVVICINAMENTI: - 1 Mese.

sassolungo01Ragazzi, ci siamo. Quasi. Un anno di attesa, di preparazione, di avventure, di sventure, di cambiamenti, di divertimenti, di scoperte, di piccole follie, di biciclette cambiate, di allenamenti, di Brianza, di Naviglio, di Ghisalli, di amicizie, di notizie, di visioni, di passioni. Ora tocca metterle in pratica.
Renderle per quello che è giusto che siano.
Manca un mese, ragazzi. Un mese e partirò da Corvara alla volta dell'anello dolomitico più famoso al mondo. Salirò il Campolongo, il Pordoi, con i suoi 33 tornanti, il Sella, il Gardena.
E' strano essere così vicini. Sono successe tante cose nel frattempo. Così tante che quasi rischiavo di dimenticarmi di cosa andavo a fare il 6 luglio.
Questo ultimo mese vorrei riprendere un po' in mano le Dolomiti. Avevo smesso di parlarne. Avevo continuato a pensarci. Le tappe del Giro d'Italia me le hanno rimesse davanti. Con tutto il loro hegeliano splendore. Su tutto i Serrai di Sottoguda, lungo la salita che conduce al Passo Fedaia. Poi, il Giau, lunare e stellare nel suo alieno paesaggio. E via con i tornanti del Pordoi, il massiccio del Sasso Lungo piantato in mezzo: ovunque tu vada, lui è là. Ti guarda. Poi ho ripensato a quando feci il Sella Ronda sugli sci. Quattordici anni fa. Con la mamma e il papà. Ricordo la coltre di nevi, come coperte su corpi addormentati. Le Dolomiti sono il mio subconscio onirico invernale di bambino. Plan de Corones, San Viglio di Marebbe, Ortisei, Arabba, Canazeii. Nomi come soprammobili della mente infantile. Rumore di scarponi croccanti su attacchi che scattano. Mi manca l'estate, mi manca il profilo montuoso nudo, l'erba delle malghe, il nastro d'asfalto che sale, s'incunea. E il rumore - questa volta - delle tacchette sui Keo di una fantastica bici da corsa. Poesia.
Manca un mese.
State in gruppo.
postato da: versosella alle ore 13:23 | link |
categorie: avvicinamenti
mercoledì, 04 giugno 2008

VITA: La moglie del ciclista.

altan-01Ella vive sul chi vive. Più facile sarebbe sopportare o sospettare un’amante.
Già, la moglie del ciclista è costretta a vivere di dubbi e sospetti, sbirciatine nell’armadio, rapide occhiate negli occhi del consorte per capire se sta mentendo, enormi – inspiegabili a lei - pastasciuttoni la sera prima dell’allenamento, frequenti compulsivi sopralluoghi misteriosi in cantina di lui – rigorosamente la sera - munito di confezioni formato-famiglia di Chante Clair, inquietanti macchie di grasso sulla biancheria intima, strani nuovi indumenti dalle forme singolari con arrivi cadenzati e settimanali, autistici SMS, letti di nascosto, scambiati con linguaggio surreale degno di André Gide, cannotti reggisella e pipe con attacco da 16 origliati da dietro la porta. La moglie del ciclista manda giù tutto, e tace.
La moglie del ciclista, una volta, ha accolto il marito, di rientro dal lavoro, brandendo con aria bellicosa un barattolo di Start Cream (crema lubrificante per polpacci), chiedendo cosa fosse e da dove venisse.
Ti posso spiegare tutto – ha risposto lui.
Fai tu la spesa, oggi?
No, amore, devo usci… ehm, lavorare fino a tardi.
Domenica la Silvia ci ha invitato per un Barbecue…
Domenica!?
Viaggi in auto, stipati ai limiti del’asfissia, per far posto a improbabili combinazioni geometriche nel bagagliaio, in grado di mantenere telaio in carbonio e ruote lenticolari scevre da qualsiasi contatto con agenti esterni di sorta. Clamorose e pericolose inversioni di marcia a 200 km da casa, per andare a recuperare manicotti o gambali dimenticati.
La moglie del ciclista scopre mediamente con un ritardo che varia dai tre ai sei mesi l’acquisto di nuove specialissime da parte di lui, e non viene mai a conoscenza del prezzo reale.
Compromettenti scontrini provenienti dal Ristorante Tetto Brianzolo, in località Lissolo, emessi in orari in cui lui le aveva detto di essere andato a trovare una vecchia zia in fin di vita, o estratti conto della carta di credito con strane spese in negozi che lui nega di aver mai frequentato: queste le prove conclamate della fedifraghia consumata.
La moglie del ciclista tace e sopporta.
La moglie del ciclista è costretta a fare i conti con strani e inattesi pacchi-celere in arrivo in portineria: Signora, c’è“Tutto lo Zoncolàn dalla A alla Zeta”, mi serve una firma.
Strane telefonate disturbano all’ora di cena il focolare famigliare, lei si precipita a rispondere: Si, buongiorno, sono “Nart Cicli”,  è arrivata la Ram in cabonio
La moglie del ciclista, la domenica si sveglia e non lo tova nel letto.
La moglie del ciclista, quando è in compagnia di altre mogli di ciclista, in occasione di allegre scampagnate in luoghi preferibilmente ondulati, mentre i mariti fanno ripetute e sfr in salita compulsivamente, cerca di carpire dalle compagne di sventura informazioni preziose su luoghi e orari delle sparizioni del marito. La moglie del ciclista, se non ci fosse bisognerebbe inventarla.

Francesca e Giacomo, Chiara e Mario, sono due coppie felici, due begli esemplari di nucleo famigliare con ciclista (e moglie del ciclista). Due bimbi la prima, uno, quasi due, la seconda.
Lo scorso weekend tutti al mare. A sparlare e pedalare.
65 km, 1.300 m di dislivello (Santuario di Montallegro, da Chiavari – GE), gli uomini.
560 minuti di sadiche risate e sputtanamenti vari, le donne.
State in gruppo. Che pedalare fa bene a tutta la famiglia.
postato da: versosella alle ore 11:35 | link |
categorie: vita